| quando: 09/09/03
dove: bar elena (torino)
chi: isa
enzo: Iniziamo a parlare di "Disoriente",
il tuo primo disco...
isa: Il disco così come
lo vedi è nato per caso, nel senso che io avevo già
iniziato a lavorarci con l'intenzione di autoprodurlo, poi ho conosciuto
Valter Colle (patron della casa discografica "Nota" di
Udine, n.d.i.) che dopo avermi sentito suonare al Café Procope
durante un concerto di Gualtiero Bertelli ha deciso di produrre
l'album. Questo è capitato a novembre, il disco è
uscito ad aprile, quindi è stato tutto molto veloce. A tavolino
si è deciso di fare qualcosa di molto semplice che rispecchiasse
il più possibile la mia esperienza dal vivo: niente batteria
nè suoni elettrici, solo strumenti acustici.
Avevo bene in mente quello che volevo ottenere: tutti i pezzi sono
nati per chitarra, perché questo è il mio modo di
comporre, e quindi abbiamo mantenuto questa impostazione, con la
fortuna di incontrare Michele Pucci che è un grandissimo
chitarrista e che ha capito perfettamente ciò che volevo.
Su questa base chitarristica abbiamo poi aggiunto tutto il necessario:
contrabbasso, sax, percussioni... ecco, a doverlo risuonare oggi,
in "Disoriente" metterei qualche percussione in più,
che ci sarebbe stata bene ma davvero non ce n'è stato il
tempo. In generale, però, devo dire che suona come avrei
voluto che suonasse.
e: Dopo ripetuti ascolti si può dire
che, dal punto di vista delle atmosfere, è un disco poliedrico,
ricco di sfaccettature...
i: Sono io che sono piena di sfaccettature!
Qua dentro siamo almeno in 3 o in 4, una sorta di condominio in
lite perenne... ho studiato chitarra classica, canto jazz, i primi
dischi che ho avuto in casa erano di Fred Buscaglione, poi c'era
Gianni Meccia, Mina che cantava la canzone di Marinella, la musica
leggera e la musica folk. Io nella mia musica metto tutto quello
che ho ascoltato nella vita, quindi questo è inevitabile.
In effetti la domanda me la sono posta anche io: non sarà
troppo variegato? Ma poi ho dato un'occhiata agli altri - almeno
- settanta pezzi che sono rimasti fuori e ho visto che sono altrettanto
variegati. Insomma, io sono così, e il mio lavoro rispecchia
nel bene o nel male questo mio aspetto.
e: D'altra parte un disco funziona quando c'è
un filo conduttore di qualche tipo, che nel tuo caso può
essere la particolarità della tua voce.
i: Infatti, per me il filo conduttore
sta non solo nella mia voce ma anche nel linguaggio che utilizzo.
Poi le ritmiche, i vestiti che metto addosso alle canzoni possono
anche cambiare, ma questi sono due elementi stabili e che credo
mi caratterizzino. E poi c’è una storia, nel “disoriente”,
un fil rouge, un viaggio che parte dal “Notturno italiano”
di apertura e finisce nel Sud America della “buonasorte”,
dove al centro della musica c’è il tempo del miracolo.
C’è una storia da leggere, guidati dalla voce.
e: Parliamo del titolo: cos'è per te
il "disoriente"?
i: È una condizione mentale.
Il termine è nato un paio d’anni prima, quando ho deciso
che dopo quindici anni di esperienze live volevo fare un disco,
e fin dall'inizio ho deciso che il titolo sarebbe stato quello,
ancor prima che esistesse la canzone "Disoriente", che
è venuta dopo. Volevo che rappresentasse questa mia molteplicità:
io ho almeno due aspetti contrastanti in me, sono molto tradizionalista,
conservatrice, e allo stesso tempo molto tesa verso una vita all’avanguardia,
e questa è una lite intestina perenne per me, anche dal punto
di vista delle aspirazioni, ed è molto difficile fare scelte
in questa condizione.
Il disoriente per me è questo, e l’ho voluto nel titolo
perché poi mi sono resa conto che non è una condizione
solo mia ma di molte altre persone, a loro modo frammentate come
me. Penso a gente che alla mia età ha già avuto due
figli, due mariti, e che ha già cambiato quattro città
e otto lavori eppure non ha ancora capito esattamente chi è
e dove vuole andare. Per cui probabilmente il disoriente è
la condizione mentale di una generazione che va dai 30 ai 45 e che
si trova proiettata nel mondo senza sapere bene quello che deve
fare, con un senso di smarrimento e senza veri punti di riferimento.
Chi viaggia nel disoriente non è un principiante, è
uno che ha già sbagliato tanto e che dai suoi errori ha imparato
qualcosa.
La canzone è arrivata dopo, grosso modo l'anno dopo, mentre
probabilmente cercavo di spiegare a me stessa cosa fosse questo
sentimento.
e: Ritorniamo a parlare della realizzazione
del disco. Come nascono le due collaborazioni principali, quella
con Alessio Lega e quella con Gualtiero Bertelli?
i: Bè, per quanto riguarda
Alessio c'è un rapporto speciale, oltre al fatto che è
un cantautore che stimo moltissimo, con una voce calda, bellissima
e un modo di scrivere molto particolare. Da quando ci siamo incontrati
abbiamo subito iniziato a cantare e suonare insieme, in modo totalmente
spontaneo, e quando è stato il momento di lavorare sul disco
non ho pensato nemmeno per un attimo di non coinvolgerlo. D'altra
parte ho sempre pensato che su disco avrei voluto altre voci maschili
e non femminili e quindi Alessio si incastrava benissimo in tutto
questo.
Per quanto riguarda Gualtiero, è una storia lunga: ci conosciamo
da 16 anni, ci siamo incontrati al Tenco l’anno in cui lui
vinse la targa come miglior opera in dialetto, e da allora lui non
ha mai smesso di sostenermi e di credere in me. Anche qui tutto
è stato estremamente naturale: è stato lui a presentarmi
Valter Colle e quindi mi sembrava naturale chiedergli di partecipare
alle registrazioni. In modo particolare volevo che lui suonasse
la sua fisarmonica in "Rosa Rosèta", perché
volevo un suono grezzo, molto sporco, quasi primitivo, e il suo
modo di suonare, poco scolastico e molto energico, popolare, era
proprio quello che cercavo. Un suono da ballo al palchetto, da piazza.
e: Com'è stato accolto il disco?
i: Ne so poco, a dire il vero ho
letto poche recensioni, peraltro ottime. La gente mi manda delle
e-mail meravigliose, ma bisogna anche dire che chi non vuole dirti
cose meravigliose probabilmente non ti scrive!
I segnali positivi sono i complimenti che arrivano da gente che
non conoscevo e che non era obbligata a fare dei commenti. Ad esempio
ho molto gradito le parole di Oliviero Malaspina, dopo che ci siamo
incrociati nel corso di un concerto e gli ho lasciato il mio disco.
Bè, lui mi ha scritto cose molto belle, ma non era obbligato
a farlo, e quindi il valore delle sue parole per me è stato
molto importante. Poi c'è la gente che viene a vedermi suonare
e che alla fine del concerto viene a chiederti il disco: probabilmente
è quello il giudizio che più conta, in realtà,
né quello dei Bertoncelli (per citare Guccini), né
dei Malaspina o dei “colleghi” cantautori, né
degli amici né dei parenti, ma quello degli estranei che
per qualche motivo raccogli per strada e che ti porti poi dietro.
È per la gente che andiamo in piazza a suonare, per dare
qualcosa, per lasciare una traccia. Pensa che il mese scorso mi
ha perfino scritto una tenerissima lettera un fan giapponese! Queste
sono emozioni…
e: A proposito di temi ricorrenti, nel disco
ritorna spesso l'immagine del mare, a partire dalla foto di copertina.
A cosa devi questo legame?
i: Io sono nata a Sanremo, e la
foto di copertina e quelle del libretto sono scattate su spiagge
di Sanremo. Le foto le ha fatte un mio amico sanremese che fa il
fotografo di professione, Duilio Rizzo. Avevo visto delle foto sue
in bianco e nero, reportage di viaggi in posti vicini e lontani,
che mi avevano colpito molto. Ho pensato che, se lui vedeva il mondo
proprio in quel modo, poteva vedere anche me in un modo in cui io
mi sarei accettata, riconosciuta. Ho difficoltà con la mia
immagine, non amo gli specchi, mi piace di più specchiarmi
negli altri e nelle cose. Nel mare, per esempio. Sono di mare e
di vento. Il mare è movimento continuo, sempre uguale e sempre
diverso, come diceva il bardo. Ecco, è un ottimo specchio,
e un buon punto di partenza, e di arrivo, se si deve andare da qualche
parte.
C’è molto mare anche nelle mie canzoni, e anche qualche
collina, perché l’immaginario si costruisce con gli
affetti, e la mia famiglia ha radici nelle province di Imperia e
di Asti. Siamo arrivati a Torino quando io avevo poco più
di un anno, ma non mi sento molto metropolitana, non sono molto
radicata nella città. La uso, mi usa, la sopporto, la vivo,
la trovo perfino bella, ma ho il cuore nomade, la valigia pronta.
e: In Italia, ma non solo, le esponenti del
cantautorato al femminile si contano quasi sulle dita di una mano.
Come mai, secondo te?
i: È una bella domanda,
che mi sono fatta tante volte anche io. Se fossi un’antropologa,
una sociologa, mi piacerebbe provare a iniziare una ricerca sull’argomento.
Credo ci siano mille motivi, di tipo storico, sociale, culturale,
forse anche biologico o affettivo… ma in realtà non
saprei proprio cosa risponderti, so solo quel che vedo, la mia esperienza.
A me è sempre venuto spontaneo, naturale, sia suonare sia
cantare sia creare canzoni tutte mie, tutte per me. La prima di
quelle che ho conservato per i miei archivi privati risale alla
mia seconda media, parole, melodia e accordi, strofe e ritornelli,
ci credi? Non mi sono mai chiesta se era una cosa da maschi o da
femmine, mi veniva di farla e la facevo, e basta.
Però è vero che se ci sono molte donne che interpretano,
o che fanno le front leader di un gruppo, ci sono poche donne che
si scrivono i testi che cantano (anche se ci sono tante donne che
scrivono poesie, tantissime), e ancora meno donne che scrivono le
musiche delle cose che cantano. In effetti, sono poche le donne
che suonano qualcosa, e spesso suonano il pianoforte, e in generale
più musica classica che altro. Fa ancora molto effetto vedere
sul palco persone come Cristina Donà, Carmen Consoli, Andrea
Mirò con la chitarra a tracolla. Fino all’altro ieri
quando entravo in sala prove al Rock Lab con la Gibson in mano mi
capitava ancora di vedere gente girarsi a cercare il chitarrista,
il mio supposto fidanzato o fratello o amico a cui stavo gentilmente
portando lo strumento… Sembra assurdo, ma è successo.
Ho sentito anni fa al Tenco la Donà che diceva di avere
avuto solo vantaggi dal suo essere donna nel mondo del cantautorato.
Io non potrei dire la stessa cosa, non ho avuto la stessa fortuna.
Ho piuttosto avuto l’impressione di dover spesso dimostrare
di essere brava il doppio, non so se mi spiego. Domande tipo: belle
le tue canzoni, chi scrive la musica? Oppure: ah, ma suoni anche
tu? Certi sguardi stupiti dei fonici quando chiedo una D.I. box
o un certo tipo di effetto sono simili agli sguardi meravigliati
dal meccanico quando discuto se è il caso o meno di cambiare
le pastiglie dei freni o la cinghia della distribuzione. A un maschietto
non succederebbe, a una femminuccia succede.
E spesso capita che le poche donne rischino di venire isolate,
ghettizzate, magari anche con le migliori intenzioni, in una serata
o in una manifestazione “al femminile”, dove, se le
cose non sono gestite con grande sensibilità, si rischia
di venire trattate un po’ come i panda, specie da guardare
e da proteggere con tenerezza, un po’ buffe, rare, curiose
e … in via di estinzione! Invece ho l’impressione che
siamo in via di “espansione”…
e: Difficoltà non credo che tu ne abbia
incontrate in Francia, dove sei piuttosto conosciuta. Come è
nato questo rapporto particolare che ti lega ai francesi?
i: Da uno di quei casi strani della
vita. Nell’’86 sono andata a studiare all’università
di Lione, e il mio professore di traduzione era Jean Guichard, forse
il massimo esperto francese di canzone italiana. Ci aveva dato da
tradurre “Genova per noi” e io avevo con me come al
solito la chitarra, così avevo preparato una versione che
si potesse cantare. Durante la correzione, continuavo a rompere
dicendo che sì, era corretto in francese ma che no, non andava
bene perché non era cantabile, specie quando sono arrivati
a tradurre il “da da da” jazzistico di Conte con un
“la la la” assurdo… allora Jean mi ha chiesto
come mai sapevo tante cose sulla cantabilità dei brani e
gli ho spiegato che in fondo anche io nel mio piccolo, cantavo le
mie cose… e lui ha detto: “Ah, ma allora tu sei quella
Isa, ti ho sentita l’anno scorso a Genova!” Avevo partecipato
a una rassegna di cantautori al Teatro Verdi di Bolzaneto organizzata
dal Tenco, e lui era là.
Da quel giorno è iniziata una grande amicizia, e Jean mi
ha voluta all’università per dei seminari sulla canzone
d’autore e dei concerti. Tutto è cominciato così.
L’ultima volta è stato a maggio, quando ho presentato
il disco neonato a Bourgoin-Jallieu.
e: Quali sono i tuoi progetti futuri?
i: Ne ho mille, come al solito.
Ne avevo già almeno sempre cinquecento di mio in potenza,
in fieri e in atto, poi da quando ho conosciuto Alessio le cose
si muovono almeno il doppio, se non il triplo: le idee si moltiplicano,
raddoppiano i coinvolgimenti. È un bel modo di essere vivi.
Si suona parecchio, Alessio è molto conosciuto e in continuo
movimento. Ora poi bisognerà pensare seriamente a presentare
e portare in giro il “disoriente”, e nel frattempo Alessio
sta ultimando il suo primo cd, arrangiato dai Mariposa. E poi abbiamo
in programma un paio di cd in comune e molti altri spettacoli qua
e là, prima di pensare a un nuovo cd di Isa. Che non sta
ferma mai, a meno di cucirle la bocca e legarle le mani…
e: Come vedi l'attuale scena musicale torinese?
i: La frequento poco, purtroppo.
Forse perché tradizionalmente Torino è sempre stata
una piazza rock e jazz. Di gruppi rock grandi e piccoli qui ormai
c’è un gran bel movimento, e molti dei migliori musicisti
jazz italiani si sono formati a Torino. Ma per quanto riguarda la
canzone d’autore, almeno per quanto ne so io, ci sono proprio
pochi spazi, qui come in gran parte del paese. Tolto il Folk Club,
che però offre la massima parte del cartellone alla canzone
d’autore o popolare nel mondo, non resta molto altro. C’è
stata per due anni la rassegna di Chansonnier, c’è
qualche locale “illuminato” tipo il Gilgamesh, il Café
Procope, il SoundTown, lo Zoobar, l’Asylum a Collegno…
ma non molto di più. Il nostro tipo di proposta non si può
portare in un ristorante, un pub, un bar: richiede un ascolto attento,
un minimo di spazio scenico. Ho fatto il chitarrabar, mille anni
fa, e mi ci sono anche divertita e pagata qualche viaggio all’estero,
ma il tipo di scambio e di partecipazione che vorrei ora dalla gente
che mi ascolta è un altro. E negli ultimi tempi ho avuto
l’impressione che ci sia anche una fetta di pubblico che vuole
altro. Speriamo!
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