| quando: 03/07/03
dove: piazza vittorio (torino)
chi: roberto e maurizio opalio
enzo: iniziamo a parlare de "Il
segno", il vostro disco in uscita...
roberto: E' partito da un mio testo,
intitolato appunto "The sign", e inzialmente il titolo
avrebbe dovuto rimanere in inglese. In seguito, però, sono
rimasto affascinato e divertito dal modo in cui "Il segno"
viene pronunciato in inglese, e allora abbiamo deciso di mantenere
il termine in italiano. Fortunatamente l'idea è piaciuta
anche a Seymour Glass della Starlight, che è un attento ascoltatore
e aveva apprezzato "Landscapes..." .
"The sign" affronta nuovamente il tema della città,
probabilmente in modo più trasversale di quanto non facesse
"Landscapes...", che era un tributo volontario a Torino.
Il concetto che sta alla base è la presenza di spazi vuoti,
tutto ciò che c'è tra lo strato di cemento che rappresenta
il suolo e ciò che c'è al di sopra. Ovviamente, nonostante
questa idea surrealista valga per tutte le metropoli, il nostro
punto di partenza è stato nuovamente Torino, alla quale siamo
molto legati dal punto di vista emozionale: amiamo questa città,
troviamo che abbia un'atmosfera particolare e magica, ma ci rendiamo
conto che siamo sempre più isolati, non solo fisicamente
ma soprattutto psichicamente.
Il testo scaturisce quindi da una serie di mie considerazione in
contrapposizione tra di loro, che si sono trasformate dal particolare
all'universale; continuo a vedere il cemento e il cielo come due
paralleli che forse non si toccano ma hanno sicuramente molto in
comune.
maurizio: Musicalmente il lavoro
è stato concepito come un'improvvisazione totalmente free,
come molto spesso ci capita. E' stato registrato nell'ottobre del
2000, un mese che a Torino è molto particolare, ti dà
bene l'idea di elettricità statica, e non a caso il tutto
è molto ombroso, nebbioso.
e: Rispetto ai lavori precedenti ci sono state
innovazioni particolari?
m: La differenza sostanziale tra
"Il segno" e le nostre cose precedenti sta nel fatto che
questo è il primo disco nel quale l'improvvisazione è
davvero free: nelle altre occasioni improvvisavamo avendo già
in mente una struttura di massima, mentre in questa occasione siamo
partiti avendo in mente soltanto il testo recitato.
r: Diciamo che è sempre
una composizione istantanea, in misura maggiore, però: quando
abbiamo acceso gli amplificatori non avevamo nessuna idea musicale,
nemmeno riguardante la scelta degli strumenti da utilizzare. In
"Landscapes", se non altro, avevamo delle linee guida
dalle quali partire, mentre in questa occasione no, e anche la batteria
del nostro amico Viggiu Vortex si è inserita in questo contesto
realmente libero.
E' stato un altro piccolo passo in avanti, insomma. Il problema
della composizione istantanea è che non sempre hai la possibilità
di far uscire immediatamente il tuo lavoro, ed è un problema
non tanto dell'ascoltatore quanto di chi lo ha creato: dall'ottobre
2000 ad oggi, tramite la nostra etichetta Opax, abbiamo pubblicato
altre cose più recenti, eppure solo adesso ci siamo sentiti
pronti a pubblicarlo e siamo contenti che esca per la Starlight,
una delle labels che riteniamo più interessanti a livello
mondiale. Questo scarto temporale non riguarda solo noi, ma tutto
il nostro ambito musicale: se tu compri l'ultimo disco di Keiji
Haino ti accorgi che è stato registrato 4 o 5 anni fa, così
come può succedere con i lavori di Derek Bailey.
m: Dal punto di vista artistico
è l'improvvisazione stessa che non richiede una pubblicazione
immediata. I dischi di canzoni sono più legati alla propria
contemporaneità, perché il pop, e per pop intendo
qualunque cosa rispetti in qualche modo la forma canzone, è
per sua definizione legato al suo tempo. Nel nostro campo, invece,
la contemporaneità resiste solo nell'attimo in cui suoni,
ma una volta concluso ciò che volevi, ti ritrovi in un contesto
assolutamente atemporale.
e: Prima si parlava della Starlight. Come siete
arrivai a questa etichetta?
r: Avevamo pronto questo disco
al quale tenevamo molto e abbiamo provato a spedirlo a Seymour.
E' stato tutto molto istintuale, perchè abbiamo spedito il
lavoro solo a lui e per una questione di pura casualità,
lui ci ha risposto subito dicendo che era rimasto entusiasta e che
sarebbe stato molto ben disposto a pubblicare il disco sulla sua
etichetta.
e: Usciamo un po' dall'ambito del nuovo disco.
Qual'è il ruolo dell'improvvisazione nella vostra musica,
soprattutto alla luce dei lavoro precedenti?
r: Abbiamo iniziato a lavorare
in modo massiccio sul concetto di improvvisazione da "Landscapes",
poi da lì abbiamo approfondito questo aspetto attraverso
edizioni limitate uscite su cd-r presso la nostra etichetta personale.
Il primo pretesto per la nascita dei "The alien cd-r attack
series!" è stata la volontà di pubblicare un
nostro concerto di spalla ai Sonic Youth durante il tour olandese,
ed è stata un po' una scommessa, nel senso che in Italia
ci sono ancora molti pregiudizi sul formato cd-r, che viene considerato
alla stregua dei demotape prodotto dai gruppi delle cantine, da
presentare alle case discografiche come un qualcosa ancora da sviluppare.
In realtà l'idea del cd-r a noi sembra inevitabile: adoriamo
il vinile, ci piace poco il cd, sia a livello di suono che, ancora
di più, a livello concettuale, con questa sua presunzione
di eternità, peraltro tutta da dimostrare. Il cd-r è
esattamente come un normale cd, con la differenza che non è
un prodotto industriale ed è una cosa che gestisci tu, potendo
dare un'identità individuale ad ogni singolo pezzo, ad esempio
dipingendoci sopra, abbinandolo con edizioni artistiche ed artigianali;
oltretutto sei libero di fare tutte le copie che vuoi, senza limite,
se non quello di concezione da parte degli altri.
Negli Usa ci sono molte band che hanno la nostra stessa necessità
di far uscire molte cose, che diversamente non potrebbero uscire
per motivi economici e pragmatici e che per questo si affidano a
questo formato: parlo di Jackie-O Motherfucker di Charalambides,
gente legata a etichette come l'Eclipse ma che si autoproducono
regolarmente su cd-r con una grande qualità di contenuti.
Inoltre si stanno piegando a questa logica anche labels importanti
come la Vhf o la Touch, oppure le etichette di jazz d'avanguardia
o addirittura Brian Eno ha scelto questo formato per la sua ultima
uscita. Tutto questo non basta a cambiare l'idea che non solo in
Italia ma anche in Europa si ha del cd-r.
Tra le altre cose è interessante anche la parabola dei neozelandesi
Dead C, che da quando hanno avuto la copertina su Wire sono un nome
importante. Sono partiti autoproducendosi, poi sono passati sull'etichetta
americana Siltbreeze, dopo di che hanno iniziato a pubblicare materiale
parallelo autoprodotto. Tra parentesi, il prossimo disco su Starlight,
che uscirà subito dopo il nostro, sarà proprio il
nuovo dei Dead C, che pare sia un gran bel lavoro.
m: Vorrei ricordare anche Sun Ra,
che senza la sua etichetta Saturn non ci avrebbe regalato le stesse
cose. Sun Ra si pressava a mano 50 copie di vinile a freddo, e quando
lo ascolti capisci perchè sono lavorati in questo modo, dipingendo
a mano le copertine e distribuendo soprattutto i concerti. Senza
le sue autoproduzioni buona parte del suo materiale migliore sarebbe
rimasto solo un'idea.
e: Tra le altre cose, in contrasto al cd come
prodotto in serie, il cd-r permette di creare oggetti unici, e il
vostro caso è abbastanza tipico...
m: Da questo punto di vista, in
effetti, ti apre una serie di possibilità enormi. Poi, per
chi come noi lavora anche in altri ambiti come pittura e scultura,
ti permette di riunire in un unico oggetto più aspetti della
tua sfera artistica. Tutto questo è impensabile anche per
il vinile, dal momento che le dimensioni sono molto maggiori.
e: A questo proposito, come viene fuori l'artwork
de "Il segno"?
r: E' stata una cosa molto particolare.
La Starlight è un'etichetta molto piccola nonostante produca
cose molto interessanti e parecchio in vista, però si può
considerare anche la label della Revolver (noto distributore statunitense,
n.d.i.), e infatti il proprietario della Starlight lavora con il
grafico della Revolver. Quando si è deciso di far uscire
il disco, questo grafico si è fatto sentire dicendo che era
stato molto colpito soprattutto dall'idea del mio testo e che era
interessato a realizzare un'idea grafica per il disco. Noi abbiamo
accettato, e una volta ricevuta la bozza del progetto, siamo rimasti
esterrefatti perchè il suo disegno coglieva in modo assoluto
l'idea stessa del nostro lavoro, e quindi abbiamo accettato ben
volentieri di utilizzarlo. E' la prima volta che accade, e forse
anche l'ultima, perchè anche per il prossimo disco abbiamo
tutto in mano noi come abbiamo sempre fatto, però questa
volta siamo rimasti davvero colpiti dalla bellezza di questo artwork.
Oltretutto, Seymour ha insistito per inserire, almeno nelle prime
stampe, una inner sleeve all'interno del disco, dove viene riportato
il mio testo su un lato e una mia polaroid dall'altra.
e: A proposito dell'altro lavoro in uscita,
cosa si può dire?
m: Uscirà probabilmente
a fine autunno, ed è un lavoro molto importante per noi.
Si tratta di un doppio album che uscirà per l'Eclipse Records,
etichetta dell'Arizona che al momento è particolarmente lanciata
perchè ha in mano gruppi come gli Acid Mothers Temple di
Makoto Kawabata, i Charalambides e i Sun City Girls. Per noi pubblicare
per l'Eclipse è un grande onore, perché da una parte
ospita alcune delle nostre band preferite e dall'altra il proprietario
della label ha deciso di fare un sacco di produzioni, ma tutte rigorosamente
su vinile.
e: Cosa conterrà questo disco?
m: Sarà un disco più
particolare, che parte sempre da un'idea di composizione istantanea
ma stratificata. E' la prima volta in cui abbiamo deciso di creare
un soundscapes improvvisato sul quale abbiamo costruito un'architettura
musicale altrettanto improvvisata. E' una sorta di work in progress,
una cosa che abbiamo sviluppato nel tempo senza sapere il punto
di partenza nè quello di arrivo. Ci saranno parti cantate
e recitate, ed è probabilmente il lavoro più variegato
e scuro che abbiamo mai fatto, a livello di atmosfera lo avvicino
a Lorca di Tim Buckley, molto blues, nel senso più vasto
del termine.
e: Come è strutturato un vostro live
e come risponde la gente alla vostra proposta?
m: C'è qualche problema
logistico qua in Italia. Siamo partiti aprendo per i Sonic Youth
qui a Torino, di fronte a 20 mila persone, e tutto è andato
bene; allora c'erano dei pezzi più o meno strutturati che
noi sviluppavamo sul palco, anche perché il gruppo al tempo
comprendeva altre persone. Poi il gruppo si è ridotto ad
un duo, e ora di volta in volta progettiamo le cose in maniera completamente
diversa in base al contesto nel quale ci troviamo a suonare.
Ad esempio l'anno scorso abbiamo portato in giro uno spettacolo
basato sui nostri pezzi più vicini alla forma canzone, sfruttando
anche l'intervento di Viggiu alla batteria, poi abbiamo virato verso
l'improvvisazione pura. Quest'anno in Italia abbiamo suonato pochissimo,
e anche nei prossimi mesi ci concentreremo sull'Europa e sugli Usa.
In generale ci organizziamo ogni volta in un modo molto libero:
a volte utilizziamo solo due chitarre, altre volte integriamo delle
percussioni, sempre suonate in tempo reale da noi due .
r: L'idea che ci alletta di più
al momento è quella di non proporre un semplice concerto
ma di creare una specie di performance, una sorta di installazione
audio-video. Stiamo cercando di farlo dove possibile, perchè
non in tutti i locali dove suoniamo c'è questa possibilità.
Ci interessa dare una versione meno costrittiva e più complessa
dello show.
m: A maggio, ad esempio, abbiamo
suonato all'Interzona di Verona, in un contesto di mostre d'arte
d'avanguardia dove c'era di tutto, dalla pittura ai video. Lì
siamo riusciti a proporre uno spettacolo che integrava la musica
con i video, ma con un progetto forte alle spalle: non parlo di
partiture vere e proprie ma di uno scheletro concettuale che seguiamo
in maniera scrupolosa. Questa è la direzione che vorremmo
continuare a seguire.
e: Il tema dell'isolamento e dell'alienazione
ricorre spesso. Dal punto di vista artistico, trovate delle anime
affini alle vostre, oggi, in Italia?
m: Un paio di amici li abbiamo
anche qui, anche se magari a livello musicale non sono affatto affini
a noi. Penso ai concittadini Larsen, con cui sussiste un rapporto
di stima reciproca, e agli Starfuckers. Guarda caso ho nominato
due gruppi italiani che sono usciti al di fuori dell'Italia. Qui
ogni due minuti si parla di gente che sta vendendo da qualche parte,
ma alla fine sono tutte stronzate, perché le uniche cose
certe sono date dal responso degli altri artisti che valgono, di
alcune etichette e di alcuni media.
A noi recentemente è arrivata la comunicazione del direttore
della radio più famosa di New York, che ci chiedeva altro
materiale perchè diceva che "Landscapes" era già
girato molto: bè, in questa radio gli unici altri artisti
italiani programmati sono proprio Starfuckers e Larsen; lo stesso
accade quando sfogli The Wire.
Non voglio fare nomi, ma trovo che qui ci sia gente davvero pretenziosa,
e che magari ti insulta perchè i prezzi dei nostri cd-r sono
troppo alti. E' una questione di invidie tutte italiane, segno di
un provincialismo davvero becero. Quando Rafael Toral è uscito
fuori grazie a Thurston Moore, sul disco ha fatto inserire alcune
sue considerazioni personali, tra le quali una frase che suonava
come "il Portogallo è un paese che uccide i musicisti
creativi". Alla fine sarà anche così, ma alla
fine in Portogallo la nostra scena vende 10 volte di più
che in Italia, il che dice molto...
e: Ultima domanda, che mi incuriosice molto:
quali sono i vostri ascolti attuali?
m: Infiniti, sul serio. Ognuno
ha la droga che si sceglie, e la mia è la musica: posso anche
passare 10 ore in studio a registrare, poi vado a casa e metto su
almeno un paio di dischi. Credo che quando si ha una passione di
questo tipo sia naturale non accontentarsi di ciò che trovi
nel negozio dietro l'angolo, ma scavare fino in fondo cercando sempre
qualcosa di nuovo. Spaziamo dall'avant jazz al free jazz delle origini,
al blues rurale degli anni '30.
r: Dovendo fare dei nomi, ultimamente
sto ascoltando "Ever Borneo" dei No Neck Blues Band, un
ensamble di New York che lavora molto sull'improvvisazione blues,
poi i Jackie-O Motherfucker e i dischi su Saturn di Sun Ra.
m: Visto che abbiamo parlato male
dei cd, ne metto almeno un paio tra ciò che sto ascoltando
in questi giorni: il box "Adnos" di Eliane Radigue, l'ultimo
di Keiiji Haino, "Mazu wa iro o nakuso ka", poi Loren
Mazzacane Connors, Fursaxa, nuova cantautrice in senso lato che
ha pubblicato su Estatic Peace!, diversi titoli dei Charalambides,
i dischi di Blind Lemon Jefferson e infine Alice Coltrane, con il
suo primo lavoro, "A Monastic Trio".
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