| quando: 18/05/03
dove: piazza carlina (torino)
chi: paolo "chinaski"
enzo: "Numb" è
il vostro terzo album, quello che di solito si definisce "della
maturità"...
chinaski: Non so se si possa parlare
di maturità stilistica raggiunta, ma credo che rappresenti
un passo avanti nella nostra evoluzione. La nostra intenzione era
di consolidare il più possibile l'identità del gruppo
e l'unico modo per farlo era dimenticare tutte le influenze e le
citazioni, ripensando il nostro approccio alla composizione e cercando
di abbattere le nostre autoimposizioni, come, per esempio, l'adesione
a quella definizione che si chiama nu metal. Il rapportarci a questa
etichetta è sempre stato un limite per noi, perchè
in questi casi il rischio è di spersonalizzare la propria
musica a favore di una corrente stilistica, ma a noi interessava
l'innovazione, nonostante non ci consideriamo certo i John Zorn
del nu metal. Per far questo abbiamo fatto fluire le influenze individuali
di noi cinque, cercando poi di cercare un punto di sintesi tra tutti
questi elementi.
e: Perchè "Numb"?
c: Quando abbiamo iniziato a lavorare
su questo disco provenivamo da due anni quasi ininterrotti di tournèe.
Tornando in sala a scrivere, ci siamo trovati quasi incapaci di
riprendere i fili del discorso, e in questo senso numb, che significa
"intorpidito", è il modo in cui ci sentivamo. Due
anni sui palchi ti introducono in una mono-dimensione, è
tutto molto bello ed emozionante ma ti porta a perdere l'approccio
più istintivo nei confronti della composizione.
La scelta di usare questa parola per il disco è giunta dopo
un bel po' di tempo, anche perchè noi abbiamo un rapporto
abbastanza conflittuale con i titoli. Quando il disco era già
finito, abbiamo passato due settimane di panico pensando al giusto
titolo, poi, un giorno, facendo del brainstorming tra di noi, Emiliano
(Emo, n.d.i.) ha tirato fuori numb, che abbiamo subito adottato.
Oltretutto si tratta di una parola contestualizzabile in diverse
forme, ad esempio può descrivere l'intorpidimento piuttosto
pervasivo che colpisce tutta la società contemporanea; poi
è una parola sola, di sole quattro lettere, ed esteticamente,
secondo noi, ha una forza particolare.
e: Nel disco spiccano due collaborazioni di
un certo rilievo. Come sono nate?
c: Sono due collaborazioni nate
non a tavolino ma quasi per caso. A noi piace molto confrontarci
perchè troviamo che sia una fonte di arricchimento notevole,
e volevamo farlo prima di tutto con delle persone, più che
con degli artisti. Sia con i Subsonica che con Roy Paci c'è
stato un feeling particolare fin da quando ci siamo conosciuti,
abbiamo sentito subito una comunanza ideologica e attitudinale che
riconosci a pelle, e di conseguenza abbiamo deciso di lavorare con
loro per questo disco. Inoltre ci interessava molto sperimentare
delle soluzioni con due entità artistiche così distanti
da noi e dal nostro contesto musicale.
Con i Subsonica non ci siamo conosciuti a Torino, in realtà
sono stati loro ad avvicinarci la prima volta per collaborare ad
una canzone di "Amorematico", più precisamente
a "Gente tranquilla". Noi eravamo assolutamente ben disposti
ed entusiasti, ma i nostri impegni live ci hanno impedito di portare
a termine questo progetto che richiedeva molto tempo a disposizione.
Quando è stato il nostro turno di scrivere i pezzi per il
disco ci siamo rivisti e abbiamo deciso di riprovarci. Non volevamo
fare una cosa del tipo Linea 77 + Samuel, per cui abbiamo scelto
di trovarci tutti e dieci in sala, partendo da una strofa proposta
da noi che pian piano si è arricchita di elementi; una volta
scritta la canzone, che è "66 (diabulus in musica)",
ci siamo trovati tutti in studio a dare la forma definitiva al pezzo,
che è stato registrato in una giornata.
Con Roy le cose sono andate in modo diverso. Noi avevamo già
concluso "Warhol" e ci piaceva, ma volevamo consegnare
a lui le nostre idee per vedere come le avrebbe sfruttate, certi
del suo eclettismo e delle sue capacità. Gli abbiamo quindi
consegnato la canzone lasciandogli carta bianca e lui ha fatto decisamente
un ottimo lavoro.
e: In "Numb" ci sono due canzoni cantate
in italiano, la già citata "66" e "Fantasma".
c: Ci sono una serie di variabili
che intervengono nella scelta della lingua da utilizzare. Prima
di tutto noi usciamo per la Earache, un'etichetta inglese, e fin
dall'inizio abbiamo scelto di candidarci per un ruolo internazionale;
questo inevitabilmente ti pone delle scelte, anche perchè
in Inghilterra la situazione è molto diversa da quella italiana:
in Italia siamo molto più disposti ad ascoltare delle canzoni
in inglese, anche se magari non si riescono a percepire in modo
chiaro le parole, mentre lì c'è un bisogno estremo
di capire i testi. Quindi per forza di cose abbiamo dovuto adottare
l'inglese, anche perchè è una lingua che si presta
molto di più dell'italiano al genere che suoniamo. In italiano
è molto più facile cadere nella banalizzazione, nella
rima baciata cuore-amore, e non a caso manca una vera tradizione
di rock duro cantato in italiano, a parte i Marlene Kuntz, un gruppo
che stimo e ammiro dal loro primo disco.
In tutto questo, le nostre canzoni in italiano hanno un po' il
ruolo di stabilire un canale di comunicazione privilegiato nei confronti
di una parte del nostro pubblico a cui siamo inevitabilmente più
affezionati: non ci vergogniamo affatto di essere italiani, nonostante
le amenità che il nostro governo sta portando avanti. A proposito
di questo, devo constatare che con l'avvento del governo Berlusoni
si è interrotto e annullato un processo di de-cafonizzazione
dell'Italia che si stava faticosamente facendo spazio fin dal dopoguerra:
noto che siamo nuovamente percepiti come individui consociativisti,
guidati da una serie di luoghi comuni come il classico "magna
magna", cose che fortunatamente qui a Torino io non vedo. Credo
che Torino sia una specie di faro morale per l'Italia, a costo di
essere bacchettoni e "bugia nen", qui il rigore, l'onestà
e l'autodisciplina sono valori forti, insieme alla classe e all'eleganza.
Al contrario, ad esempio, di Milano, dove si sta tornando alla "Milano
da bere" e ai peggiori anni del craxismo.
e: Perfettamente d'accordo. Tornando al discorso
delle canzoni in italiano, credo che "Fantasma" sia uno
dei vostri brani meglio riusciti.
c: "Fantasma" è
un episodio davvero particolare: non solo è in italiano,
ma è anche un brano che parla di noi, una specie di diario
di quella che è stata la nostra vita negli ultimi due anni,
non solo la vita del gruppo ma anche delle migliaia di persone che
ci hanno seguite e con le quali si è stabilita una relazione
preferenziale e speciale. "Fantasma" è un omaggio
a noi e a loro, è tracciare una linea, guardarsi indietro
e raccontare cosa vediamo. Personalmente mi faccio molto emozionare
da questo brano, e mi fa piacere che sia comprensibile solo dagli
italiani, perchè, anche traducendola, nessun altro europeo
ne coglierebbe appieno le sfumature. Anche negli altri due dischi,
non esiste un episodio così intimo, e ci piace che sia così,
perchè rimane una canzone molto speciale per noi.
Per quanto riguarda "66", parla della volontà di
essere chi vuoi essere e delle conseguenze che questo comporta.
Il nostro "suggerimento" a chiunque è quello di
non avere mai rimorsi, di prendersi la responsabilità delle
proprie scelte senza doversi ritrovare a guardarsi indietro con
rabbia o risentimento.
e: A questo album potrebbe seguire un tour negli
USA?
c: E' una questione che ci portiamo
dietro da tempo. In occasione del nostro primo album la percezione
del gruppo negli USA è stata eccezionale, poi, dopo l'11
settembre, ho riscontrato una specie di rinascita dell'orgoglio
americano, che poi, nella pratica, si traduce nel protezionismo,
alla faccia di Keynes, di Ford e di Smith. In senso musicale ho
notato questa chiusura: non sono mancate le critiche positive, ma
sono anche usciti commenti quasi stizziti per questo ipotetico deufradarli
di un genere del quale si sentono depositari. Questo in parte può
essere anche vero, in quanto io sono italiano ma devo moltissimo
alla cultura americana, da i telefilm di Arnold a i romanzi di Keruac
ed Hemingway, ma trovo patetico questo modo di intendere le cose,
anche perchè, se vogliamo ridurre il tutto ad una questione
di appartenenza antropologica e nazionale, cosa perlatro antipaticissima,
noi italiani siamo depositari di una cultura millenaria che loro
nemmeno si sognano.
Tornando ad un eventuale tour, in realtà c'è un tira
e molla che dura da anni: ci chiamano, ma magari non ci sono le
garanzie per fare gli spettacoli nel modo in cui vorremmo, oppure
l'etichetta non ci manda. A noi non dispiacerebbe, io ho vissuto
per diverso tempo negli USA ed è un paese che amo, nonostante
odi l'amministrazione attuale. Ci piacerebbe molto, inizialmente
sembrava cosa fatta, poi l'11 settembre ha cambiato molto le cose.
Con questo nuovo album ci sono delle speranze, anche se noi non
ci siamo mai approcciati alla musica pensando al dopo, perchè
ci teniamo moltissimo a conservare una forma di onestà intellettuale
che non possiamo tradire. Insomma, ci teniamo a suonare negli Stati
Uniti ma non ci disperiamo se non ci chiamano. Per noi già
aver partecipato al festival di Reading è stato il raggiungimento
di un traguardo che di per sè potrebbe anche bastare per
appendere gli strumenti al chiodo!
e: Quando conta per voi la dimensione live?
c: E' determinante, innanzitutto
perchè è la dimensione nella quale ci troviamo maggiormente
a nostro agio. Questo perchè, nonostante siano passati molti
anni dai nostri inizi, ci emozioniamo ancora tanto e lasciamo che
le emozioni ci travolgano. Quando saliamo sul palco viviamo un coinvolgimento
totale, pena anche l'esecuzione, perchè quando ti lasci andare
gli errori fioccano, ma non ci siamo mai preoccupati di questo.
C'è appagamento perchè in concerto puoi ricevere un
feedback diretto riguardo a quello che stai suonando e perchè
c'è quell'aspetto umano che alla fine manca quando sei in
studio, dove ti chiudi in un mondo a sè stante che, tra l'altro,
non ti aiuta nemmeno a giudicare in modo obiettivo quello che stai
facendo.
Non riuscirei mai a rimanere distaccato sul palco. Ho visto tanti
artisti, anche italiani, che vivono la situazione live con una compostezza
e una rigidità pazzesca, come se stessero semplicemente facendo
il loro lavoro, magari anche in modo più che onesto ma senza
quell'aspetto emotivo che probabilmente è l'elemento che
rende i nostri concerti speciali.
e: A proposito di questo, come si sente un gruppo
di Torino a suonare nella propria città?
c: Ti dico solo una cosa. Nitto
(uno dei due cantanti, n.d.i.) è sempre molto agitato prima
di salire sul palco, nonostante con gli anni abbia notevolmente
ridotto questa tensione. Per la data dell'Hiroshima ha vomitato
sei volte poco prima del concerto!
Sono dieci anni che siamo in giro, siamo stati a Reading, eppure
suonare qui dà sempre un'emozione irripetibile, forse ancora
di più di quella che ci ha assalito a Reading, perchè
si tratta di un ritorno a casa che non è comparabile a nient'altro.
Noi all'Hiroshima siamo sempre andati a vedere concerti, io addirittura
ricordo i concerti nella vecchia sede in via Belfiore, e la mia
prima tessera del locale credo risalga all'86, quando vendevano
il bicchiere di latte a mille lire! Sono ricordi che ti accompagnano
per tutta la vita, e tornare qui dopo che hai fatto un sacco di
cose all'estero e vedere che ad aspettarti c'è questo supporto
tutto torinese, ancora diverso da quello che ci forniscono nel resto
d'Italia, è un qualcosa difficile da descrivere.
A Torino c'è qualcosa di più, una componente squisitamente
campanilistica della quale noi siamo assolutamente pervasi che è
questo rapporto speciale con le persone che calpestano i tuoi stessi
marciapiedi, con le quali esiste un feeling inspiegabile a parole.
E' una comunanza speciale che riesce a realizzarsi solo qui, e credo
che anche tra dieci anni le cose staranno ancora così.
Noi amiamo Torino. Personalmente ho vissuto un rapporto di amore
e odio nel periodo adolescenziale, nel quale sei incazzato con tutti
e con tutti, ed ero incazzato con Torino perchè dopo il periodo
d'oro del Big e dello Studio Due la città ha vissuto cinque
anni, approssimativamente dal '90 al '95, di morte musicale totale,
dal quale solo adesso stiamo uscendo. Anche oggi Torino produce
un sacco, ma da qui le tourneè internazionali non passano,
ed è una vergogna, perchè logisticamente siamo in
una posizione ideale. Probabilmente siamo troppo vicini a Milano,
ma sono sempre stato convinto che il problema è tutto torinese:
siamo depositari dell'unità d'Italia, abbiamo inventato il
telefono, il cinema italiano è partito da qui, però
abbiamo la bruttissima abitudine di farci fottere le cose. Basta
pensare al recente trasferimento della sede della Telecom, sono
danni macroscopici per l'economia della città, già
in difficoltà per la crisi della Fiat. C'è troppa
modestia, siamo davvero dei "bugia nen", sempre eccellenti
tanto nel produrre quanto nel lasciarci scippare le cose da realtà
più scaltre e probabilmente meno oneste. Ad ogni modo, passata
la fase tardoadolescenziale e dopo aver iniziato a girare l'Italia
e l'Europa, l'amore per la città ha cominciato a crescere
a dismisura.
C'è qualcosa di speciale qui, e lo dico a costo di sembrare
un'ultrà del campanilismo: quando andiamo a Milano rompiamo
sempre i coglioni, facciamo le interviste e la gente si lamenta
perchè diamo troppo in testa a Milano, in modo molto esplicito.
La differenza tra queste due città è netta: a Milano
tra forma e sostanza vince la prima, qui si bada pochissimo ad apparire,
testa bassa e lavorare. E' anche un fatto di atteggiamento, e puoi
vederlo dalle due famiglie imprenditoriali che caratterizzano la
storia recente dell'Italia: da una parte gli Agnelli, borghesemente
aristocratici, sempre misurati e dotati di classe e stile; dall'altra
parte i Berlusconi, rappresentanti della volgarità più
becera che caratterizza gli arricchiti.
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