ritorna alla home page

ilcielosutorino .org


identità
dove > torino
quando > 1970-2004
cosa > la scena musicale
perché > bella domanda
chi > e.p.

sezioni

home
artisti
retrospettive
news
interviste
recensioni
report
mp3
around the music
visti per voi
concerti in città
locali
collegamenti
crediti


comunicazione
e-mail > info@ilcielosutorino.org
blog > ilcielosutorino.org/dblog
mailing list > ilcielosutorino-
subscribe@yahoogroups.com

newsletter > ilcielosutorinonews-
subscribe@yahoogroups.com
 
interviste: linea 77

quando: 18/05/03
dove: piazza carlina (torino)
chi: paolo "chinaski"

enzo: "Numb" è il vostro terzo album, quello che di solito si definisce "della maturità"...

chinaski: Non so se si possa parlare di maturità stilistica raggiunta, ma credo che rappresenti un passo avanti nella nostra evoluzione. La nostra intenzione era di consolidare il più possibile l'identità del gruppo e l'unico modo per farlo era dimenticare tutte le influenze e le citazioni, ripensando il nostro approccio alla composizione e cercando di abbattere le nostre autoimposizioni, come, per esempio, l'adesione a quella definizione che si chiama nu metal. Il rapportarci a questa etichetta è sempre stato un limite per noi, perchè in questi casi il rischio è di spersonalizzare la propria musica a favore di una corrente stilistica, ma a noi interessava l'innovazione, nonostante non ci consideriamo certo i John Zorn del nu metal. Per far questo abbiamo fatto fluire le influenze individuali di noi cinque, cercando poi di cercare un punto di sintesi tra tutti questi elementi.

e: Perchè "Numb"?

c: Quando abbiamo iniziato a lavorare su questo disco provenivamo da due anni quasi ininterrotti di tournèe. Tornando in sala a scrivere, ci siamo trovati quasi incapaci di riprendere i fili del discorso, e in questo senso numb, che significa "intorpidito", è il modo in cui ci sentivamo. Due anni sui palchi ti introducono in una mono-dimensione, è tutto molto bello ed emozionante ma ti porta a perdere l'approccio più istintivo nei confronti della composizione.

La scelta di usare questa parola per il disco è giunta dopo un bel po' di tempo, anche perchè noi abbiamo un rapporto abbastanza conflittuale con i titoli. Quando il disco era già finito, abbiamo passato due settimane di panico pensando al giusto titolo, poi, un giorno, facendo del brainstorming tra di noi, Emiliano (Emo, n.d.i.) ha tirato fuori numb, che abbiamo subito adottato. Oltretutto si tratta di una parola contestualizzabile in diverse forme, ad esempio può descrivere l'intorpidimento piuttosto pervasivo che colpisce tutta la società contemporanea; poi è una parola sola, di sole quattro lettere, ed esteticamente, secondo noi, ha una forza particolare.

e: Nel disco spiccano due collaborazioni di un certo rilievo. Come sono nate?

c: Sono due collaborazioni nate non a tavolino ma quasi per caso. A noi piace molto confrontarci perchè troviamo che sia una fonte di arricchimento notevole, e volevamo farlo prima di tutto con delle persone, più che con degli artisti. Sia con i Subsonica che con Roy Paci c'è stato un feeling particolare fin da quando ci siamo conosciuti, abbiamo sentito subito una comunanza ideologica e attitudinale che riconosci a pelle, e di conseguenza abbiamo deciso di lavorare con loro per questo disco. Inoltre ci interessava molto sperimentare delle soluzioni con due entità artistiche così distanti da noi e dal nostro contesto musicale.

Con i Subsonica non ci siamo conosciuti a Torino, in realtà sono stati loro ad avvicinarci la prima volta per collaborare ad una canzone di "Amorematico", più precisamente a "Gente tranquilla". Noi eravamo assolutamente ben disposti ed entusiasti, ma i nostri impegni live ci hanno impedito di portare a termine questo progetto che richiedeva molto tempo a disposizione. Quando è stato il nostro turno di scrivere i pezzi per il disco ci siamo rivisti e abbiamo deciso di riprovarci. Non volevamo fare una cosa del tipo Linea 77 + Samuel, per cui abbiamo scelto di trovarci tutti e dieci in sala, partendo da una strofa proposta da noi che pian piano si è arricchita di elementi; una volta scritta la canzone, che è "66 (diabulus in musica)", ci siamo trovati tutti in studio a dare la forma definitiva al pezzo, che è stato registrato in una giornata.

Con Roy le cose sono andate in modo diverso. Noi avevamo già concluso "Warhol" e ci piaceva, ma volevamo consegnare a lui le nostre idee per vedere come le avrebbe sfruttate, certi del suo eclettismo e delle sue capacità. Gli abbiamo quindi consegnato la canzone lasciandogli carta bianca e lui ha fatto decisamente un ottimo lavoro.

e: In "Numb" ci sono due canzoni cantate in italiano, la già citata "66" e "Fantasma".

c: Ci sono una serie di variabili che intervengono nella scelta della lingua da utilizzare. Prima di tutto noi usciamo per la Earache, un'etichetta inglese, e fin dall'inizio abbiamo scelto di candidarci per un ruolo internazionale; questo inevitabilmente ti pone delle scelte, anche perchè in Inghilterra la situazione è molto diversa da quella italiana: in Italia siamo molto più disposti ad ascoltare delle canzoni in inglese, anche se magari non si riescono a percepire in modo chiaro le parole, mentre lì c'è un bisogno estremo di capire i testi. Quindi per forza di cose abbiamo dovuto adottare l'inglese, anche perchè è una lingua che si presta molto di più dell'italiano al genere che suoniamo. In italiano è molto più facile cadere nella banalizzazione, nella rima baciata cuore-amore, e non a caso manca una vera tradizione di rock duro cantato in italiano, a parte i Marlene Kuntz, un gruppo che stimo e ammiro dal loro primo disco.

In tutto questo, le nostre canzoni in italiano hanno un po' il ruolo di stabilire un canale di comunicazione privilegiato nei confronti di una parte del nostro pubblico a cui siamo inevitabilmente più affezionati: non ci vergogniamo affatto di essere italiani, nonostante le amenità che il nostro governo sta portando avanti. A proposito di questo, devo constatare che con l'avvento del governo Berlusoni si è interrotto e annullato un processo di de-cafonizzazione dell'Italia che si stava faticosamente facendo spazio fin dal dopoguerra: noto che siamo nuovamente percepiti come individui consociativisti, guidati da una serie di luoghi comuni come il classico "magna magna", cose che fortunatamente qui a Torino io non vedo. Credo che Torino sia una specie di faro morale per l'Italia, a costo di essere bacchettoni e "bugia nen", qui il rigore, l'onestà e l'autodisciplina sono valori forti, insieme alla classe e all'eleganza. Al contrario, ad esempio, di Milano, dove si sta tornando alla "Milano da bere" e ai peggiori anni del craxismo.

e: Perfettamente d'accordo. Tornando al discorso delle canzoni in italiano, credo che "Fantasma" sia uno dei vostri brani meglio riusciti.

c: "Fantasma" è un episodio davvero particolare: non solo è in italiano, ma è anche un brano che parla di noi, una specie di diario di quella che è stata la nostra vita negli ultimi due anni, non solo la vita del gruppo ma anche delle migliaia di persone che ci hanno seguite e con le quali si è stabilita una relazione preferenziale e speciale. "Fantasma" è un omaggio a noi e a loro, è tracciare una linea, guardarsi indietro e raccontare cosa vediamo. Personalmente mi faccio molto emozionare da questo brano, e mi fa piacere che sia comprensibile solo dagli italiani, perchè, anche traducendola, nessun altro europeo ne coglierebbe appieno le sfumature. Anche negli altri due dischi, non esiste un episodio così intimo, e ci piace che sia così, perchè rimane una canzone molto speciale per noi.
Per quanto riguarda "66", parla della volontà di essere chi vuoi essere e delle conseguenze che questo comporta. Il nostro "suggerimento" a chiunque è quello di non avere mai rimorsi, di prendersi la responsabilità delle proprie scelte senza doversi ritrovare a guardarsi indietro con rabbia o risentimento.

e: A questo album potrebbe seguire un tour negli USA?

c: E' una questione che ci portiamo dietro da tempo. In occasione del nostro primo album la percezione del gruppo negli USA è stata eccezionale, poi, dopo l'11 settembre, ho riscontrato una specie di rinascita dell'orgoglio americano, che poi, nella pratica, si traduce nel protezionismo, alla faccia di Keynes, di Ford e di Smith. In senso musicale ho notato questa chiusura: non sono mancate le critiche positive, ma sono anche usciti commenti quasi stizziti per questo ipotetico deufradarli di un genere del quale si sentono depositari. Questo in parte può essere anche vero, in quanto io sono italiano ma devo moltissimo alla cultura americana, da i telefilm di Arnold a i romanzi di Keruac ed Hemingway, ma trovo patetico questo modo di intendere le cose, anche perchè, se vogliamo ridurre il tutto ad una questione di appartenenza antropologica e nazionale, cosa perlatro antipaticissima, noi italiani siamo depositari di una cultura millenaria che loro nemmeno si sognano.

Tornando ad un eventuale tour, in realtà c'è un tira e molla che dura da anni: ci chiamano, ma magari non ci sono le garanzie per fare gli spettacoli nel modo in cui vorremmo, oppure l'etichetta non ci manda. A noi non dispiacerebbe, io ho vissuto per diverso tempo negli USA ed è un paese che amo, nonostante odi l'amministrazione attuale. Ci piacerebbe molto, inizialmente sembrava cosa fatta, poi l'11 settembre ha cambiato molto le cose.

Con questo nuovo album ci sono delle speranze, anche se noi non ci siamo mai approcciati alla musica pensando al dopo, perchè ci teniamo moltissimo a conservare una forma di onestà intellettuale che non possiamo tradire. Insomma, ci teniamo a suonare negli Stati Uniti ma non ci disperiamo se non ci chiamano. Per noi già aver partecipato al festival di Reading è stato il raggiungimento di un traguardo che di per sè potrebbe anche bastare per appendere gli strumenti al chiodo!

e: Quando conta per voi la dimensione live?

c: E' determinante, innanzitutto perchè è la dimensione nella quale ci troviamo maggiormente a nostro agio. Questo perchè, nonostante siano passati molti anni dai nostri inizi, ci emozioniamo ancora tanto e lasciamo che le emozioni ci travolgano. Quando saliamo sul palco viviamo un coinvolgimento totale, pena anche l'esecuzione, perchè quando ti lasci andare gli errori fioccano, ma non ci siamo mai preoccupati di questo. C'è appagamento perchè in concerto puoi ricevere un feedback diretto riguardo a quello che stai suonando e perchè c'è quell'aspetto umano che alla fine manca quando sei in studio, dove ti chiudi in un mondo a sè stante che, tra l'altro, non ti aiuta nemmeno a giudicare in modo obiettivo quello che stai facendo.

Non riuscirei mai a rimanere distaccato sul palco. Ho visto tanti artisti, anche italiani, che vivono la situazione live con una compostezza e una rigidità pazzesca, come se stessero semplicemente facendo il loro lavoro, magari anche in modo più che onesto ma senza quell'aspetto emotivo che probabilmente è l'elemento che rende i nostri concerti speciali.

e: A proposito di questo, come si sente un gruppo di Torino a suonare nella propria città?

c: Ti dico solo una cosa. Nitto (uno dei due cantanti, n.d.i.) è sempre molto agitato prima di salire sul palco, nonostante con gli anni abbia notevolmente ridotto questa tensione. Per la data dell'Hiroshima ha vomitato sei volte poco prima del concerto!

Sono dieci anni che siamo in giro, siamo stati a Reading, eppure suonare qui dà sempre un'emozione irripetibile, forse ancora di più di quella che ci ha assalito a Reading, perchè si tratta di un ritorno a casa che non è comparabile a nient'altro. Noi all'Hiroshima siamo sempre andati a vedere concerti, io addirittura ricordo i concerti nella vecchia sede in via Belfiore, e la mia prima tessera del locale credo risalga all'86, quando vendevano il bicchiere di latte a mille lire! Sono ricordi che ti accompagnano per tutta la vita, e tornare qui dopo che hai fatto un sacco di cose all'estero e vedere che ad aspettarti c'è questo supporto tutto torinese, ancora diverso da quello che ci forniscono nel resto d'Italia, è un qualcosa difficile da descrivere.

A Torino c'è qualcosa di più, una componente squisitamente campanilistica della quale noi siamo assolutamente pervasi che è questo rapporto speciale con le persone che calpestano i tuoi stessi marciapiedi, con le quali esiste un feeling inspiegabile a parole. E' una comunanza speciale che riesce a realizzarsi solo qui, e credo che anche tra dieci anni le cose staranno ancora così.
Noi amiamo Torino. Personalmente ho vissuto un rapporto di amore e odio nel periodo adolescenziale, nel quale sei incazzato con tutti e con tutti, ed ero incazzato con Torino perchè dopo il periodo d'oro del Big e dello Studio Due la città ha vissuto cinque anni, approssimativamente dal '90 al '95, di morte musicale totale, dal quale solo adesso stiamo uscendo. Anche oggi Torino produce un sacco, ma da qui le tourneè internazionali non passano, ed è una vergogna, perchè logisticamente siamo in una posizione ideale. Probabilmente siamo troppo vicini a Milano, ma sono sempre stato convinto che il problema è tutto torinese: siamo depositari dell'unità d'Italia, abbiamo inventato il telefono, il cinema italiano è partito da qui, però abbiamo la bruttissima abitudine di farci fottere le cose. Basta pensare al recente trasferimento della sede della Telecom, sono danni macroscopici per l'economia della città, già in difficoltà per la crisi della Fiat. C'è troppa modestia, siamo davvero dei "bugia nen", sempre eccellenti tanto nel produrre quanto nel lasciarci scippare le cose da realtà più scaltre e probabilmente meno oneste. Ad ogni modo, passata la fase tardoadolescenziale e dopo aver iniziato a girare l'Italia e l'Europa, l'amore per la città ha cominciato a crescere a dismisura.

C'è qualcosa di speciale qui, e lo dico a costo di sembrare un'ultrà del campanilismo: quando andiamo a Milano rompiamo sempre i coglioni, facciamo le interviste e la gente si lamenta perchè diamo troppo in testa a Milano, in modo molto esplicito. La differenza tra queste due città è netta: a Milano tra forma e sostanza vince la prima, qui si bada pochissimo ad apparire, testa bassa e lavorare. E' anche un fatto di atteggiamento, e puoi vederlo dalle due famiglie imprenditoriali che caratterizzano la storia recente dell'Italia: da una parte gli Agnelli, borghesemente aristocratici, sempre misurati e dotati di classe e stile; dall'altra parte i Berlusconi, rappresentanti della volgarità più becera che caratterizza gli arricchiti.

no copyright - tutto il materiale presente sul sito è liberamente utilizzabile, ma è cosa gradita citare la fonte