ritorna alla home page

ilcielosutorino .org


identità
dove > torino
quando > 1970-2004
cosa > la scena musicale
perché > bella domanda
chi > e.p.

sezioni

home
artisti
retrospettive
news
interviste
recensioni
report
mp3
around the music
visti per voi
concerti in città
locali
collegamenti
crediti


comunicazione
e-mail > info@ilcielosutorino.org
blog > ilcielosutorino.org/dblog
mailing list > ilcielosutorino-
subscribe@yahoogroups.com

newsletter > ilcielosutorinonews-
subscribe@yahoogroups.com
 
interviste: lalli

quando: 23/05/03
dove: piazza solferino (torino)
chi: lalli

enzo: Tra "Tempo di vento" e "All'improvviso, nella mia stanza" sono passati ben 5 anni. Cosa è successo in questo periodo?

lalli: In realtà è passata la mia vita, è anche per questo che mi piace definire un disco come una fotografia del momento, perchè in qualche modo quando ascolterò il mio disco mi ricorderò di quali persone mi stavano vicino, qual'era il paesaggio nel quale mi muovevo, i colori e gli odori che vedevo e sentivo in quel momento.

Non essendo la musica il nostro vero lavoro, serve molto tempo per scrivere una canzone, anche perchè non sono mai contenta, e prima di poter dichiarare finita una canzone bisogna passare attraverso quello che io amo chiamare "l'artigianato della musica", un lavoro di cesello che occupa diverso tempo.

e: Mi sembra che se "Tempo di vento" parta da presupposti rock, l'ultimo album suoni molto più cantautorale...

l: Io e Pietro siamo partiti con due intenti fondamentali, fin da "Testa storta", che è stato il primo brano sul quale abbiamo lavorato insieme, a quattro mani. Il primo era quello di dare leggerezza a delle piccole storie perchè potessero tornare ad essere visibili all'interno di storie più grandi; per farlo bisognava togliere la cupezza, in modo che arrivassero meglio e più facilmente al cuore di chi ti ascolta. Il secondo aspetto, più strettamente musicale, riguardava la volontà di creare canzoni che stessero su solo con voce e chitarra: una volta raggiunto questo obbiettivo di base abbiamo cominciato a lavorare sui colori, aggiungendo man mano gli strumenti, compresi quelli folklorici che non sono stati scelti in modo forzato, ma sono ormai quelli della nostra contemporaneità... se pensi che Torino è una delle città più arabizzate d'Italia capisci che scegliere un certo tipi di strumenti non è una decisione presa a tavolino ma una necessità, una cosa completamente spontanea.

Sotto questo punto di vista la collaborazione di Carlo Rossi è stata fondamentale proprio perchè con lui ci siamo trovati in perfetta sintonia, e con lui abbiamo scelto di far sentire di più uno strumento in un certo passaggio e via dicendo, ma solo per fare in modo che ogni singola canzone suonasse leggera e aperta al mondo, con l'intenzione non troppo nascosta di strappare anche qualche sorriso. Viviamo in un tempo difficile, nel quale abbiamo disimparato a sorridere, io per prima, e quando comprendo di essere ancora in grado di farlo capisco quanto questo sia importante, quanto mi aiuti. E se riesco a farlo raccontando delle storie, un piccolo traguardo è stato raggiunto.

e: A proposito di Pietro, quanto è stato importante il suo ingresso nel tuo mondo artistico?

l: Come puoi capire, è stato fondamentale. Con "Tempo di vento" in qualche modo ho chiuso un cerchio che comprende l'esperienza con i Franti e tutti i progetti successivi, e l'incontro con Pietro mi ha dato la possibilità di aprire un altro ciclo, prendendomi le mie responsbilità e sentendomi un pochettino più libera, libera di preoccuparmi delle storie da raccontare e della musica da scrivere. Per me scrivere una canzone è un evento magico: fatichi tanto per crearla, poi quando la vedi finita ti rendi conto che lei era già lì, bastava saperla raccogliere. Con Pietro abbiamo lavorato a questo processo insieme, io portavo un testo, lui una musica, ed ogni volta cercavamo di capire quali parti erano fondamentali, eliminando tutto il resto e ricominciando, ogni volta. Per questo è stata realmente una scrittura a quattro mani, ci siamo costantemente dati consigli reciproci sul testo e sulla musica.
Pietro, quindi, è stato importante anche per migliorare il mio modo di scrivere: fino a "Tempo di vento" lavoravo molto poco sul testo, la maggior parte delle volte quello che scrivevo di getto non veniva più toccato, mentre con lui sono stata stimolata a gestire meglio la scrittura, stando più attenta alle parole da usare e a quello che volevo comunicare.

e: Qual'è il significato del titolo dell'album?

l: "All'improvviso, nella mia stanza" ha due valenze principali. Innanzitutto per me la stanza è il luogo fisico dove nascono le mie canzoni in modo assolutamente naturale, perchè non decido mai che cosa scrivere nè quando farlo. Poi si tratta di un omaggio: è il refrain di una vecchissima canzone francese che Marguerite Duras, la mia scrittrice preferita, canticchiava con il suo compagno Yann Andrea Steiner mentre giravano con la loro macchina nelle campagne francesi. E' stato quindi un modo per tenere la Duras vicina in questo disco, perchè lei è lì che gira nella mia stanza, dove ci sono i suoi libri perchè mi piace, ogni tanto, andarmi a rileggere una frase o un passaggio particolare.

e: Leggendo un po' di recensioni di "All'improvviso...", ma anche di "Tempo...", ci si rende conto che è impossibile trovarne una negativa. A cosa credi sia dovuta questa stima incondizionata che la stampa nutre nei tuoi confronti?

l: Non so. Credo che fino a "Tempo di vento" io mi sono cimentata con cose che probabilmente già mi appartenevano, e forse dietro a questi elementi io mi sono un po' nascosta, proteggendomi. Per questo, ancor prima della musica, alla gente arrivava il mio passato, tutto quello che avevo fatto prima. A proposito di questo, mi dispiace molto che del mio passato spesso si ricordi Franti come gruppo ideologicamente puro, che non si è venduto, mentre si parla assai poco di quelle che oggi sono le sue canzoni. A mio parere, e cercando di essere il più possibile obiettiva, ascoltando oggi quelle canzoni mi sembra che ancora oggi siano ottime, perchè dentro c'è la passione, che sia essa politica, per la vita o per gli uomini in generale, tradotta in forme musicali che hanno ancora qualcosa da dire.

Questa percezione di Franti mi spiace, perchè credo faccia del male al gruppo stesso: il nostro non era un atteggiamento ideologico precostituito, eravamo persone che la pensavano spesso in modo molto diversa tra di loro, eravamo abituati a stare in mezzo ad una comunità di persone che esprimevano una voglia di cambiamento, un desiderio di migliorare la propria e l'altrui vita, e tutto quello che facevamo era spontaneo, non c'era nulla di ideologicamente puro: c'erano delle scelte da fare, e si facevano.

Tornando al discorso delle recensioni, credo che fino al primo disco la stampa specializzata si facesse influenzare dal mio passato, mi veniva riconosciuta prima di tutto una sorta di dignità del mio percorso artistico, così come, probabilmente, viene riconosciuta a Stefano Giaccone.

Questo disco rappresenta invece per me una nuova rotta da seguire: in tanti anni la musica ha cambiato il suo posto nella mia vita, diventando un elemento sempre più interiore, e al centro di tutto questo c'è la leggerezza. In "Canzone del ritorno" c'è un piccolo accenno a questa pretesa. Quando Lomax andò in carcere per registrare Leadbelly, lui non era per niente d'accordo a farlo. Diceva: "Tu sei pazzo, tu uccidi le canzoni, è come se mettessi uno spillo sulle ali di una farfalla. Le canzoni devono volare leggere nell'aria". Quindi Lomax prese tutta la sua attrezzatura e se ne andò. Poi ebbe un'intuizione geniale e tornò a trovarlo, cercando di convincerlo in questo modo: "Hai ragione, le tue canzoni devono volare leggere. Ma tu, adesso, sei da solo, qui in carcere, e alle tue canzoni puoi regalare solo questo pezzo di cielo che vedi. Io posso permetterti di regalare loro molti altri pezzi di cielo". Lo convinse. "All'improvviso...", quindi, è il mio tentativo di offrire altri pezzi di cielo alle storie che vogliamo raccontare, è il nostro unico, umile, intento.

e: Cos'è rimasto, oggi, di Franti?

l: Tutto. Innanzitutto perchè se non avessi incominciato a cantare coi Franti, forse non lo avrei mai fatto. Mi si sono aperte delle finestre sul mondo che prima non avrei nemmeno immaginato: il punk ha permesso di dire e fare delle cose nonostante mancassero i mezzi tecnici, anche perchè la gente che ti ascoltava spesso la ritrovavi sullo stesso palco cinque minuti dopo, in un costante tentativo di stravolgimento di quel posto di potere che è il palco.

In tutti questi anni, poi, i Franti mi hanno insegnato a non avere mai paura. Se tu vuoi bene alla musica e alle cose che dici e che fai, non devi avere paura di sporcarti le mani. Poi puoi fare mille errori, ma li farai provandoci e facendoli per te stesso, per avere chiaro ciò che vuoi fare e i rischi che stai affrontando. E' una delle cose più difficili da fare, perchè viviamo in un mondo pieno di paure, dove la prima reazione è di chiudersi: è più facile parlarsi per e-mail che non occhi negli occhi. I rapporti stanno cambiando così, bisogna rendersene conto, ma questo non vuol dire che mi piaccia e che non possa fare niente per cambiare questa situazione.

Io sono stata fortunata ad aver trovato la musica, che è diventata una risorsa interiore che nessuno piò togliermi, ed è una cosa di cui ringrazio perchè mi aiuta ad affrontare la vita: la voce è l'unica cosa che può perdonarti tutti i peccati, perchè è sempre lì, tu la vedi, la senti sulle labbra che parte e lei ti accompagna fino al giorno dopo.

e: Dall'esperienza con i Franti al concerto di qualche giorno fa, per raccogliere fondi in favore della Pantera 90. L'impegno politico è una costante...

l: Per me è una cosa del tutto naturale, ma bisogna stare bene attenti a cosa si racconta. Quando le cose diventano grandi sono molto difficili da mantenere limpide, pure. Per carattere, a me piaccono le piccole storie, poco eclatanti, perchè quelle più grosse sono da mantenere nel privato, non sono da cantare. Vedere in televisione la morte di Carlo Giuliani per me è stato scioccante, l'unica cosa che ho potuto fare è stata telefonare a Stefano (Giaccone, n.d.i.) in Galles e piangere insieme a lui, era l'unica cosa che potessi fare. Un evento del genere richiede azioni, gesti, passi, non una canzone. Una canzone può dare visibilità ad una storia, ma non può restituire giustizia.

Oggi può sembrare scontato avere la possibilità di scendere in piazza per il primo maggio o per il 25 aprile, ma non è così, può anche darsi che domani non avremo questa opportunità: non vedo questo paese andare verso un miglioramento, nè per quanto riguarda l'aspetto economico nè per la crescita di una coscienza che oggi manca. Bisogna tenere ben salda la memoria, ma non in senso nostalgico. Prendo come esempio il film "I nostri anni" di Daniele Gaglianone: quando l'ho visto, il titolo ha cambiato completamente di significato, perchè il film riesce a farti capire che non c'è molta differenza tra gli anni di chi è stato partigiano e gli anni di chi vive questa contemporaneità. Si tratta sempre degli stessi anni, e il film è bellissimo soprattutto per questo motivo, per il valore che viene portato dal titolo.

e: Parlando invece dei concerti, in scaletta ci sono sempre molte cover. Qual è il rapporto che hai con le canzoni degli altri?

l: E' lo stesso rapporto di chiunque altro. Ci si innamora di una canzone così come ci si innamora delle persone, e quindi a volte senza un motivo, poi comincia a significare qualcosa per te e rimane nella tua stanza per sempre.

"Vedrai, vedrai" di Tenco per me è una canzone di grande ottimismo, nonostante noi oggi leggiamo le sue opere alla luce di ciò che è successo dopo nella sua storia personale, e quindi ci sembra che la sua produzione sia caratterizzata soprattutto da tinte fosche. Eppure, se leggi questa canzone ti rendi conto che c'è tutto tranne che la disperazione: non c'è la tristezza classica, solo la descrizione di un momento particolare, di quelli nei quali ti sembra di non poter fare altro oltre a ciò che stai facendo, ma lui dice "vedrai", e ci crede, è convinto che le cose cambieranno, anche se non sa nè come nè quando.

"Famous blue raincoat" di Leonard Cohen, invece, me la porto dietro da tantissimo tempo. Racconta, sotto forma di una lettera ad un amico, una storia che quando avevo vent'anni era all'ordine del giorno: allora si parlava di cambiare la quotidianità, anche nel rapporto con gli altri, a costo di vivere nella confusione, senza troppe certezze. Questa canzone descrive la storia di due amici innamorati della stessa donna, in un mescolarsi di amicizia e amore che allora si verificava spessissimo, perchè allora c'era uno spirito di condivisione fortissimo, che coinvolgeva tutti i settori della vita. Cohen descrive quel momento con una forma poetica straordinaria che mi riporta alla freschezza di quei momenti, che non è che fossero sempre splendidi, perchè noi non eravamo sempre contenti di tutto questo! Lavoravamo per cambiare questo mondo, ma se il mio fidanzato mi chiamava per dirmi che andava al cinema con la mia migliore amica non ero proprio contenta, questo no, però prima di incazzarmi e di chiudere il rapporto, magari provavo a confrontarmi con l'altra persona sul tipo di amore che avremmo voluto.

"Afraid" di Nico è un'altra canzone che amo, per il fatto che esprime con una sola parola uno stato d'animo preciso che può essere mitigato solo affrontandolo, e questa è un'altra cosa che ritrovo dentro di me.

Le canzoni degli altri, insomma, sono quelle canzoni che in qualche modo fanno circuito con qualcosa che si muove dentro di te.

e: Rimanendo nel campo della musica degli altri, cosa ascolti oggi?

l: Potrei dirti che sto ascoltando il nuovo disco di Ben Harper (Diamonds on the inside, n.d.i.), in realtà impazzisco per una canzone in particolare, cioè "Amen Omen". Poi ascolto moltissimo i Yo La Tengo, Patti Smith, Belle and Sebastian. Adoro la voce di Eddie Vedder, che secondo me ha fatto una versione di "Master of wars" incredibile. In generale conservo l'atteggiamento di qualche anno fa, cioè compro subito un disco senza saperne molto, sapendo già che al 90% mi piacerà. Ci sono cose che ascolto perchè mi piace il modo in cui l'artista risolve certe situazioni, mi piace molto chi cerca di togliere ciò che non essenziale, alleggerendo la musica senza perdere il pathos.

e: Qual'è stato e qual'è il tuo rapporto con Torino?

l: Torino è sempre stato il posto dove volevo vivere. Ci sono stati molti momenti in cui avrei potuto andarmene, ma mi sono sempre inventata una scusa per non farlo. E' una città speciale, è il posto dove sono cresciuta e credo che mi assomigli: conosco tutte le strade, mi piacciono i colori, gli odori; è una città dura e che ci mette molto tempo ad aprirsi, però quando lo fa non è "falsa e cortese" come si dice, ma al contrario è incredibilmente vera, ci si può fidare. Nonostante io sia innamorata del mare, non la cambierei con nessun'altra città.

no copyright - tutto il materiale presente sul sito è liberamente utilizzabile, ma è cosa gradita citare la fonte