| quando: 07/03/03
dove: blu musica (torino)
chi: giovanni manganaro
enzo: Innanzitutto partirei con
qualche breve cenno sulla storia del gruppo.
giovanni: I Ruby Vroom nascono
dai Topi Metropolitani, un gruppo adolescenziale poi diventato tardo-adolescenziale
fino a risultare assolutamente anacronistico, vista la nostra età.
Il gruppo si è quindi frantumato, anche per un discorso di
necessità musicali che stavano cambiando, proprio dal punto
di vista delle scelte stilistiche, e abbiamo deciso di dare vita
a questo progetto, chiamato appunto Ruby Vroom, al momento composto
da tre membri ufficiali (Giovanni Manganaro, Giovanni Scarso Borioli
e Gianfranco Nasso, impegnato anche con i Mambassa, n.d.i.), più
diversi elementi che ci gravitano attorno, come Luca Pisu, Mario
Congiu e Mattia Barbieri.
Quando abbiamo iniziato a scrivere pezzi nuovi come Ruby Vroom
la nostra prima meta è stata il lasciare perdere tutto il
discorso relativo alla produzione per curare maggiormente la scrittura
dei pezzi: l'obbiettivo era scrivere canzoni, di quelle che puoi
anche far funzionare con la chitarra sulla spiaggia, tanto per intenderci.
Questo perchè in giro ci sono cose validissime, compri il
cd, lo assimili per mesi e poi ti rendi conto che la canzone non
esiste, è tutta produzione. Io invece volevo fare delle canzoni
vere, dirette, ed è questa, ancora adesso, la nostra attitudine.
Per quanto riguarda la scelta del nome, abbiamo preso in prestito
il titolo del primo disco dei Soul Coughing, un gruppo statunitense
davvero straordinario che mi ha letteralmente stregato da quando
l'ho scoperto.
e: Questo atteggiamento sembra abbastanza evidente
nei brani che compongono "As just a Japan lembo", un album
di canzoni che si muovono nel terreno del rock indie con in primo
piano le chitarre.
g: Chitarre e voce sono sicuramente
le due colonne portanti della nostra musica, anche perchè
il genere richiede la struttura classica chitarra, basso, batteria
e voce. Nei nostri brani la chitarra spazia tra le sue varie sfumature,
dovendo occuparsi di armonia, arrangiamento e colore, e quindi ci
possono essere arpeggi morbidi oppure tratti molto più rumorosi;
a volte, invece, ci sono solo larsen (suono prodotto dal fischio
che si verifica tra chitarra e amplificatore, n.d.i.), come nel
brano "Davvero 6", dove abbiamo costruito un arrangiamento
di larsen rovesciati che dà al brano un'atmosfera molto eterea
e sottile.
Per quanto riguarda la voce e la melodia, devo dire che si avvicinano
molto alla tradizione italiana, anche se il nostro suono alla fine
non ha molto del clichè del rock melodico italiano, forse
perchè nei missaggi siamo stati sempre molto attenti nel
tenere le chitarre in primo piano e la voce un po' impastata, proprio
per avvicinarci allo standard che questo tipo di musica richiede,
ossia lo standard inglese e americano.
e: Cosa mi puoi dire sul bizzarro titolo dell'album?
g: "As just a Japan lembo"
non vuol dire assolutamente nulla, anzi, non è nemmeno inglese.
In realtà deriva da un episodio divertente legato a qualche
tempo fa: eravamo a cena con un signore piemontese, ad un certo
punto l'altro Giovanni è caduto rovinosamente per terra e
questo signore ha commentato in piemontese "'t l'as ciapà
'n bel lembo", che suona come "ti sei preso una bella
botta". Io, che piemontese non sono ma ho evidenti origini
meridionali, ho provato a ripeterlo ed è uscito fuori "as
just a japan lembo", e subito abbiamo deciso di farlo diventare
il titolo dell'album!
e: A cosa è dovuta la vostra scelta di
scrivere testi indifferentemente in italiano e in inglese?
g: Non è stata una vera
e propria scelta, nel senso che non c'è stato nulla di calcolato.
Io sono sempre stato contrario all'uso dell'inglese per un artista
italiano, perchè credo che sia necessario cantare per la
gente che hai intorno, cercando di far capire ciò che vuoi
esprimere. Poi c'è stato il contatto con lo studio inglese
Real World, e quindi mi sembrava più logico provare a battere
anche questa strada, cioè il mercato inglese, dove, secondo
me, i nostri pezzi potrebbero funzionare.
Il risultato finale può essere discutibile, perchè
io ho un modo di scrivere molto "italiano", non tanto
nella costruzione grammaticale delle frasi quanto in ciò
che voglio raccontare: i testi inglesi raramente raccontano storie,
spesso si limitano a descrivere delle sensazioni, e a volte sembra
che non vogliano proprio comunicare un cazzo di niente. In sintesi,
il tentativo è quello di creare canzoni scritte in inglese
con un approccio tutto italiano, e non so come questa formula può
essere accolta.
Il trend futuro? Non lo so, devo essere sincero. Io sto continuando
a scrivere sia in italiano che in inglese, il che è certamente
più faticoso ma anche più stimolante, e per questo
mi piace.
e: Prima accennavi al contributo che Mario Congiu
e Mattia Barbieri stanno dando al progetto. Come sono nate queste
due collaborazioni?
g: Mario è stato il produttore
di "As just a Japan lembo", e lo avevamo scelto per la
sua grande capacità di individuare ciò di cui il pezzo
ha bisogno senza metterci troppo del suo. Ho lavorato con diversi
altri produttori, tra i quali Boosta, quando suonavo nei Topi Metropolitani;
lui, ad esempio, cerca di dare un imprinting forte al gruppo che
produce, mentre da questo punto di vista Mario si è rivelato
più aderente a ciò che noi avevamo in mente.
Senza dubbio Mario ha una grande capacità di aiutarti a
seguire le tue inclinazioni, e questo lo si può vedere anche
dal lavoro con Lalli (nell'album "Tempo di vento", n.d.i.),
dove una delle cose più belle, al di là della voce
straordinaria, è la perfetta commistione tra la musica cantautorale
italiana e quel suono che trovi nelle garage band lo-fi, una miscela
davvero eccezionale.
Con Mattia, invece, siamo amici da molti anni e ci siamo ritrovati
dopo la rottura con il nostro vecchio batterista, una rottura molto
dolorosa, devo dire, ancora oggi non ricucita e non superata dal
punto di vista emotivo. Mattia ha accettato di suonare con noi volentieri,
e la cosa ci ha sicuramente fatto molto piacere.
Oggi come oggi il gruppo è questo, si tratta di collaborazioni
che vanno avanti in maniera assolutamente serena e costante, per
il futuro si vedrà.
e: Prima citavi la Real World. Com'è
nata questa esperienza e come si è sviluppata?
g: Tutto è nato dal mio
incontro con Tchad Blake, produttore, tra gli altri, proprio dei
Soul Coughing, avvenuto nel 1998 a Los Angeles, dove ho vissuto
per un paio di mesi. Una volta incontrato, gli sono stato parecchio
dietro e gli ho fatto sentire la nostra musica, poi, dopo qualche
mese senza risposta, lui mi ha scritto dicendo che i brani gli erano
piaciuti e che mi avrebbe chiamato. Ci siamo sentiti un paio di
volte, poi ho saputo che avrebbe lasciato il Sunset Sound Factory
per andare a lavorare alla Real World e mi ha invitato ad andare
a trovarlo. Siamo andati e lì abbiamo incontrato Marco Migliari,
capo ingegnere del suono italiano, al quale la nostra musica è
molto piaciuta; così, finite le registrazioni del disco glielo
abbiamo mandato e lui ha scelto due pezzi da farci registrare in
quegli studi in modo completamente gratuito. E così siamo
partiti, con grosse speranze ma anche senza illuderci.
Con tutta la modestia del caso, devo dire che lì il bersaglio
è stato centrato: abbiamo fatto le nostre cose senza strafare,
con molta umiltà e, soprattutto, divertendoci moltissimo!
I due pezzi che abbiamo registrato, "Stories from the outside"
e "Nel momento" sono rimasti lì, i contatti proseguono
anche se sappiamo che la tempistica per questo tipo di cose è
lunga.
e: Parliamo dei vostri riferimenti musicali.
g: A parte qualche grande nome,
come ad esempio i Radiohead, in questo disco c'è molto di
tutto ciò che abbiamo ascoltato negli ultimi dieci anni,
dagli Smashing Pumpkins ai Pearl Jam passando per i Beatles. C'è
poi un riferimento particolare, che è Mao, un personaggio
a cui sono molto legato affettivamente. Amo i suoi dischi e li ho
adottati come punto di riferimento, e mi dispiace che non abbia
ottenuto finora il successo che merita. Un altra influenza è
quella di Ben Harper, del quale ho letteralmente consumato "Fight
for your mind" in un momento particolare della mia vita.
e: Al di là della Real World, quali sono
i vostri progetti per l'immediato futuro?
g: Suonare il più possibile.
In questi mesi non ci sono state molte possibilità, un po'
perchè io mi sono messo a scrivere pezzi nuovi e un po' perchè
Giovanni, il chitarrista, si è operato alla mano e non ha
potuto suonare per due mesi. Mi piacerebbe godermi questa estate
suonando ovunque, il problema è che al momento non è
per niente facile trovare dove esibirsi dal vivo: i locali che vogliono
rischiare sono sempre meno, e quasi tutti prediligono chi ha già
un disco distribuito alle spalle.
Poi abbiamo preso uno studio-loft ai Docks Dora, che sarà
operativo tra due settimane, dove scriveremo i pezzi del nuovo disco,
o per meglio dire del nostro primo disco, dal momento che "As
just a Japan lembo" non è distribuito. Ho qualche dubbio
sulla possibile distribuzione di questo disco, forse non è
ancora il momento, poi si vedrà.
e: Avete avuto dei contatti anche con case discografiche
italiane?
g: Sì, ma preferisco non
fare nomi, non tanto per una qualche forma di riserbo, quanto perchè
i rapporti non sono stati molto felici e quindi sarei costretto
a parlarne male! Io continuo ad essere fiducioso, e per me non è
importante che il disco venga pubblicato in Inghilterra piuttosto
che in Italia, l'importante è che i nostri pezzi finiscano
pubblicati.
Sinceramente in Italia non vedo molti sbocchi, e la cosa mi spiace.
Sono sempre di più i gruppi che vengono prodotti per poi
essere lasciati a marcire. Faccio l'esempio dei Medusa, un gruppo
che mi sta a cuore: hanno firmato per una major e poi si sono ritrovati
in una situazione tutt'altro che felice. Essere in sala prove e
non essere cagati da nessuno è sicuramente una brutta sensazione,
ma è ancora peggio se qualcuno ti propone di realizzare un
sogno per poi sbattersene di te. Quindi per noi, almeno per il momento,
va bene così.
e: Ultima domanda, un classico: come vedi l'attuale
scena musicale torinese?
g: Non la vedo bene, e non mi riferisco
alla musica che si fa, ma ai soggetti. A Torino non si è
ancora capito che farsi guerra tra i gruppi rischia di farti perdere
il gusto di fare le cose: trovo che ci sia un approccio esageratamente
agonistico tra i diversi artisti che lavorano in questa città.
C'è uno spirito di competizione tutt'altro che positivo,
non ci si rende conto che siamo tutti nella stessa situazione. E'
una situazione abbastanza nuova, qualche tempo fa questo atteggiamento
non c'era; a me spiace, e credo che se le cose fossero diverse,
tutto funzionerebbe molto meglio e tutta la scena nè guadagnerebbe.
Dal punto di vista prettamente musicale, invece, la scena torinese
è molto valida da diversi anni, e non credo che sia particolarmente
snobbata come molti sostengono, piuttosto credo che molti talenti
torinesi alla fine non siano così talentuosi, ci sono molte
promesse non mantenute. Da questo punto di vista, quindi, il mio
giudizio è molto positivo, anche perchè abbiamo un
gruppo come i Subsonica che sono probabilmente il gruppo italiano
più importante, al momento, grazie al lavoro, alle scelte
fatte, all'atteggiamento conservato e, soprattutto, grazie ad un
talento e ad una bravura davvero rara.
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