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interviste: stefano giaccone

quando: 19/04/02
dove: giardini reali (torino)
chi: stefano giaccone

enzo: Iniziamo dai Franti: puoi tracciarmi brevemente il percorso di questa esperienza?

stefano: La storia dei Franti prende avvio nell'ultimo anno di liceo, nel '79, e inizialmente coinvolge tre compagni di classe. Abbiamo incontrato subito qualche difficoltà, perchè i primi anni '80 sono stati anni duri per gente come noi che eravamo direttamente coinvolti nel movimento politico di allora, poi siamo riusciti a continuare e abbiamo registrato una prima cassetta, "A/B", nella quale cantava il cantante dei Defear, gruppo imparentato con i Blind Alley, coinvolgendo poi altre persone, tra le quali Lalli, Vanni e Paolo Regis, scomparso negli ultimi anni, e tra l'82 e l'83 il gruppo ha assunto una pianta stabile di cinque persone, anche se in realtà ci sono sempre state molte persone intorno a noi che ci davano una mano soprattutto in studio.

Di qui in poi la storia dovrebbe essere nota...

e: Una storia segnata da una strenua indipendenza, giusto?

s: Certamente, anche se va detto che in quegli anni non c'erano altre possibilità. Erano gli anni in cui si iniziava a parlare della "nuova musica italiana cantata in italiano", si stava creando un circuito alternativo piccolo ma funzionante tra i collettivi punk distribuiti tra le varie città italiane e altre realtà, come piccole riviste musicali, gruppi di persone che organizzavano concerti e distribuivano i dischi.

Per qualche anno c'è stata quindi la possibilità di realizzare ciò che si voleva riguardo l'indipendenza, mentre oggi il confronto con il mercato discografico è inevitabile, visto che viviamo in un mondo interamente organizzato attorno al concetto di mercato ed è praticamente impossibile rimanerne al di fuori se vuoi suonare: c'è una lunga serie di passaggi che portano la tua musica al pubblico, tu puoi avere il controllo di una piccola parte del processo, ma difficilmente potrai controllare tutto.

Paradossalmente, poi, con l'esplosione dei centri sociali la fetta di torta riguardante quel tipo di musica è diventata abbastanza appetibile per l'industria discografica, e c'è stata gente ben contenta di passare al professionismo e al management; questo ha significato il declino delle possibilità di rimanere indipendenti. Oggi in Italia è possibile fare musica con etichette piccole, che lasciano molta libertà in campo creativo, ma si tratta comunque di realtà professionali che pur seguendo attitudini artistiche differenti da quelle dei grandi nomi alla fine devono badare al proprio bilancio.

I Franti sono stati parte e promotori di una realtà di autoproduzione e di autodistribuzione nella quale credevamo e che ha funzionato per un pò.

e: Dal punto di vista musicale mi pare che i Franti non si siano mai posti limiti artistici, e l'assenza di un genere predefinito sembra un pò il marchio di fabbrica del gruppo.

s: In generale devo dire che l'artista non è quasi mai nella situazione ottimale per capire quello che realmente sta facendo, quindi anche noi non eravamo molto consapevoli delle cose che facevamo, nel senso che non ci siamo mai messi a tavolino dicendo "adesso mescoliamo il free jazz con i Jefferson Airplane e Guccini", tanto per nominare tre cose che ascoltavamo e che ci piacevano. La nostra musica è sempre nata attraverso l'interazione tra i componenti del gruppo.

Ciò che contraddistingueva quegli anni è che, soprattutto nella new wave, se compravi un disco dei Cure, dei Joy Division o di Siouxie & the Banshees, era che ogni disco conteneva una serie di canzoni sostanzialmente molto simili dal punto di vista del suono e della concezione della canzone stessa, mentre il mondo italiano dei cantautori, da Claudio Lolli a Fabrizio De Andrè, ha sempre avuto un'attitudine più "pop", e nei loro dischi potevi trovare diverse influenze e diverse atmosfere, e questo per noi era assolutamente positivo. Tra le due tendenze probabilmente oggi prevale la prima, perchè è cambiato il modo di ascoltare, la velocità della vita stessa.

Tornando all'eclettismo dei Franti ognuno di noi aveva ascolti differenti e ognuno portava il proprio contributo: non abbiamo mai nascosto di aver attinto a piene mani dal repertorio della musica mondiale.

Questa era la nostra attitudine, ed è ancora quella che conservo io: la musica appartiene a tutti, è un grande contenitore dal quale tu puoi prendere ciò che ti piace rielaborando e citando ogni riferimento, e questo per noi è sempre stato il modo migliore per fare circolare le idee. Chiaramente deve esserci un tuo modo di assemblare le cose mettendoci anche elementi personali e originali.

e: E questo nei Franti si sente, c'è sempre un filo conduttore...

s: C'è ed è una cosa che mi fa molto piacere. A mio parere il filo conduttore è il tocco delle persone che suonavano, tanto è vero che i progetti nati dopo lo scioglimento dei Franti non funzionavano alla stessa maniera perchè non c'erano le stesse persone. Per me un pezzo dei Franti è inconfondibile perchè c'è Lalli che canta, un certo modo di suonare la chitarra, un sassofono particolare e così via.

e: Nel vostro repertorio ci sono alcune cover piuttosto interessanti per il modo con cui vengono stravolte.

s: La versione di "Preachin' blues" di Robert Johnson, che conoscevano e amavamo, è filtrata dalla versione dei Gun Club, un gruppo che a me piaceva molto perchè affondava le radici nel blues americano adottando un'attitudine molto punk, sporca e cattiva, così come Nick Cave in "The firstborn is dead", che utilizzava il blues anni '20-'30 in modo molto rude. Per "Preachin' blues" ci piaceva l'idea che i Gun Club avessero rifatto Robert Johnson, personaggio incredibilmente moderno, quanto per i testi, tanto per la storia della sua vita, ed è diventato una sorta di icona rispetto al modo di vivere l'esistenza, e pr questo ci faceva piacere omaggiare lui in particolare.

"Il battito del cuore" è invece una poesia di Linton Kwesi Johnson, musicista e poeta di origine giamaicana, che utilizzando il reggae ha sempre portato avanti discorsi importanti dal punto di vista sociale e politico. Il reggae è stato per alcuni anni l'espressione folk di un popolo e ci interessava molto, anche se abbiamo cercato di dare un'impronta molto personale al pezzo: per questo abbiamo scelto una poesia evitando di cantare, anche perchè, tra l'altro, Lalli ha sempre amato molto la poesia di Linton Kwesi Johnson e degli altri poeti inglesi - west indians.

e: Come si è arrivati allo scioglimento del gruppo?

s: Non lo so esattamente neanche io. C'è stata una grande scommessa tra di noi dal punto di vista esistenziale e non da quello prettamente musicale: noi vivevamo tutti insieme, dividevamo tutto compresi i soldi e la costruzione del nostro futuro. Ad un certo punto le cose si sono fatte più complicate, perchè non eravamo più ragazzini e le difficoltà aumentavano, tra impegni di lavoro e problemi personali, non tanto fra di noi quanto tra noi e l'esterno.

Un altro fatto importante è stato il cambiamento dell'attitudine con cui la gente veniva ad ascoltarci: si è cominciato a parlare di noi, anche sui giornali, e questo ha cambiato la composizione umana del nostro pubblico, il che ci ha messo di fronte ad una scelta tra chi era disposto a rilanciare la sfida di fronte ad un panorama che stava cambiando e chi invece non se la sentiva. Questo ha portato ad una situazione difficile e alla fine non siamo più riusciti a tenere i pezzi insieme, anche perchè ormai quello che potevamo fare in quel contesto l'avevamo fatto, avremmo dovuto cambiare in qualche modo e non ce la siamo sentita.

e: Come vanno considerati i progetti successivi (Howth Castle, Ishi, Environs, ecc.)? Nuove vite di Franti o storie a parte?

s: In parte si può dire che fossero nuove vite di Franti, perchè la componente umana è sempre stata un elemento molto forte e per molti anni io, Lalli, Vanni e Massimo abbiamo continuato a suonare e a fare dischi insieme con un'attitudine simile, anche se era cambiata l'interazione tra di noi e il mondo attorno. Ognuno ha trovato la sua strada, anche se in fondo per alcuni di noi le strade sono rimaste simili per un buon periodo.

D'altra parte non penso che si possa parlare di prosecuzioni dell'attività dei Franti, anche emotivamente è stato come salire su un treno differente perchè con la fine degli anni '80 la mia percezione del mondo è cambiata in modo anche abbastanza brutale e doloroso e penso che questo valga anche per gli altri.

e: Ti capita oggi di sentire i frutti dei semi piantati da Franti in altri artisti?

s: Mi capita eccome, soprattutto dal punto di vista dell'attitudine, dell'uso della grafica e della parola parlata.

Proprio qualche giorno fa ho ascoltato il disco di un ottimo gruppo savonese di punk che si chiama Affranti, e al di là dell'assonanza del nome, ho notato una serie di riferimenti precisi, tra cui un elenco dei musicisti che conta 20 persone includendo anche il tipo che fa i panini al bar. Questo è un modo di prendersi seriamente ma senza quell'attitudine da carta patinata di bassa lega, che rilevo anche in altre esperienze, tra le quali il Parto delle Nuvole Pesanti.

Chissà, poi magari nessuno di questi ha mai ascoltato un nostro pezzo, ma mi piace pensare che qualcuno, anche ascoltando solo una manciata di pezzi o guardando la copertina di un nostro album, abbia preso qualcosa da noi.

e: Come hai visto cambiare la scena torinese in questi 20 anni?

s: Ho seguito fino ad un certo punto le vicende musicali della città. Ci sono caratteristiche che mi piacciono molto e che mi sembrano essersi conservate: Torino è una grande città che conserva una mentalità provinciale, permettendo agli artisti di collaborare molto tra di loro, rispettandosi e aiutandosi, seppure in modo molto torinese, cioè in modo diffidente, distaccato e non caciarone. Un anno fa sono stato a suonare in Veneto e una persona che ha organizzato molti concerti della nostra famiglia mi ha detto che ha avuto a che fare con artisti di tutta Italia ma c'è qualcosa che distingue i gruppi torinesi, e questa è una cosa che mi fa molto piacere e che condivido.

Quindi alcune caratteristiche si sono mantenute, mentre altre sono cambiate molto. Il mercato crea le sue piccole e grandi star, il mercato ha bisogno di inserire nei propri compartimenti economici e mentali nomi più o meno nuovi e Torino non sfugge a questa logica. Negli ultimi anni Torino è passata da una dimensione "poco artistica", come si diceva un tempo, ad una situazione molto vivace che ha visto gruppi diventare famosi e arrivare anche primi in classifica. Tutto sommato anche questi gruppi portano i segni di questa città, che rispetto a Milano non segue in maniera maniacale l'ultima tendenza per arrivare primi: i torinesi non arrivano quasi mai primi, però quando arrivano sono migliori di altri.

E' chiaro che Torino sta cambiando e cambierà, vista anche la situazione economica che si profila, e questi cambiamenti non possono che rispecchiarsi anche nella musica, con una scena alternativa sicuramente più debole nonostante la sopravvivenza dei centri sociali, una realtà che ormai è diventata più di nicchia, meno rappresentativa di un tempo. Infine non credo che Torino si salvi dalla tendenza sempre più diffusa dell'incapacità di ascoltare musica dal vivo: ci sono molti concerti più o meno grandi ma la gente a mio parere non va lì ad ascoltare la musica, anche perchè, non vorrei essere cattivo, ma credo che ci sia ben poco da ascoltare, tutto è molto concentrato sull'esteriorità e sulla ripetizione di moduli ritmici e musicali.

e: Qui si rientra in un discorso più ampio che riguarda la fruizione della musica ai giorni nostri...

e: Bè, sì, sono cambiate molte cose, a partire dalla musica dal vivo. Il concerto oggi è molto più un fatto sociale, un modo di trovarsi, il che non è molto diverso da quello che faceva Fiorello in piazza Vittorio dieci anni fa quando portò a Torino il karaoke. La non cultura dello zapping ti fa credere che la realtà sia una serie di immagini delle quali possiamo usufruire a piacimento e ci porta a non avere più voglia di sedersi su una sedia ad ascoltare chi suona.

Quando io ho iniziato a suonare la situazione era diversa, un concerto rappresentava un modo di vivere, oltre ad un certo tipo di opposizione al modo di vivere dei tuoi genitori e della televisione e c'era una voglia di cambiamento politico e morale che oggi non riesco a rintracciare quasi mai.
Per quanto riguarda l'ascolto degli album, ci sono ormai dei ritmi che non sono scelti ma imposti dal modo di vivere, dal fatto stesso che mio padre ha lavorato per 40 anni in Fiat e adesso lavori quattro mesi da una parte e quattro mesi da un'altra parte, e questo ha cambiato completamente il ritmo vitale e quindi anche il modo di affrontare il fatto musicale.

Oggi secondo me solo il 20% delle persone ascolta i cd dall'inizio alla fine, o per lavoro o perchè sono musicisti o perchè si tratta di persone che vogliono ascoltare con attenzione quel cd, si siedono in poltrona e guardano i testi. La gente "normale" oggi si fa dire dall'amico quali sono i pezzi migliori, si fa la sua copia e se l'ascolta in macchina, tanto passa lì la sua vita, in fondo. Questo ha cambiato molto anche l'approccio all'evento musicale: io sono convinto che la scelta dell'ordine dei brani in un album sia sostanzialmente una pippa mentale che ci facciamo noialtri, e questo penso che valga per me che ho vendite infime ma anche per un gruppo come i Subsonica.

I ragazzi giovani non hanno apparentemente tempo di ascoltare con attenzione, e paradossalmente credo che i quattordicenni entrino molto di più in relazione con i testi degli artisti che amano rispetto ai ventenni, che siano le canzoni di Vasco Rossi o di Alex Baroni, mancato da poco. Non sono i testi di Guccini, chiaramente, ma i ragazzini li vivono intensamente, li sanno a memoria, li scrivono sui diari, poi lentamente questa cosa sparisce e la musica diventa carta da parati, e ciò è davvero brutto.

Oggi è difficile suonare dal vivo con soddisfazione, devi remare contro, ma questo è anche responsabilità di chi suona, perchè spesso l'atteggiamento è di distanza tra chi suona e il pubblico, non c'è interazione tra un pezzo e l'altro, quasi che il pubblico non riesca ad avvertire che sul palco c'è una persona vera che condivide uno spazio con te. Questo attegiamento da parte di chi suona è sempre più diffuso, anche se ci sono le eccezioni rappresentate da Guccini, che ci tiene a creare un clima quasi da osteria, oppure da Lolli, che ha un pò lo stesso attegiamento dal vivo, oppure, uscendo dall'Italia, posso citare i Fugazi, che hanno un rapporto molto reale con il pubblico dei loro concerti.

Il vero problema è che spesso il concerto è uno spettacolo teatrale, con tanto di quarta parete, e ci stanno convincendo che va bene così, come sta succedendo per molte altre cose: se qualcuno decide che in Italia a nessuno frega un cazzo della musica acustica, basta dirlo tre voltre in televisione, lo faccio dire a qualche artista e tu ti convinci che sia così, ma non è vero, perchè ci fanno credere che il mondo reale è lontano dalla tua possibilià di percezione, è da qualche altra parte.

e: Ora vivi in Galles. Come mai questa scelta?

s: Si è trattato di un'insieme di fattori, dai problemi personali alla noia. Avevo dei problemi anche a suonare, per due o tre anni non ho avuto un vero lavoro cercando di tirare avanti solo con la musica ma facendo molto più spesso la fame nel senso più letterale del termine, e poi avevo iniziato a perdere quel senso di eccitazione e di aspettativa che la musica mi dava prima. Il palco era l'unico posto dove mi trovavo a mio agio e al sicuro, ma questo non significava che mi divertissi.

Negli anni immediatamente precedenti la mia partenza, risalente al 1998, avevo fatto un disco con Claudio Villot, "Corpi sparsi", che mi ha dato poi la possibilità di lavorare e di suonare per un pò al Teatro dell'Elfo, incrociando personaggi differenti e un pubblico diverso, quello del teatro che paga un biglietto e si siede stando zitta, in senso molto borghese, ma devo dire che in quel momento era ciò di cui avevo bisogno, anche se stava diventando tutto una specie di routine, ho suonato ovunque, dal centro sociale alla sagra della salsiccia per tirare su due soldi, ed era tutto così poco eccitante.
Poi per questioni di lavoro, o meglio di non lavoro, un estate ho deciso di andare a Londra da Pete e Martin, due musicisti punk anarchici inglesi che mi avevano ospitato per 3 mesi, poi ho conosciuto quella che sarebbe diventata mia moglie, ho avuto un bambino e ho deciso di trasfermi a Cardiff pur tornando spesso in Italia continuando a suonare e a registrare qui. Oltretutto erano gli anni della Lega, dell'assurdo confronto tra nord e sud, e mi chiedevo cosa cazzo sta succedendo a questo paese, a questa gente.

In Galles non mi trovo affatto male, per un primo tempo ho trovato quello che cercavo, e cioè un mondo che non mi appartenesse del tutto e che dovevo scoprire; adesso suono, ho trovato persone molto in gamba anche se con un background culturale molto diverso dal mio che in alcune occasioni mi ha un pò isolato, ma in fondo era proprio quello che cercavo. Ora a dire il vero mi piacerebbe rientrare, ci sto pensando con la mia famiglia, ma non so ancora bene se sia una cosa fattibile o meno.

e: So che sei al lavoro in questo periodo per due uscite.

s: Sì, sto lavorando al mio nuovo lavoro solista e ad un album a quattro mani con Mario Congiu. Per quanto riguarda il mio lavoro, provvisoriamente lo abbiamo chiamato "Tony Buddenbrock 2", per far capire che si tratta del mio nuovo vero disco solista, ma credo sia più probabile che userò il mio vero nome. Lo sto preparando da un paio d'anni tra Cardiff, dove mi sta dando una mano Dylan Fowler, chitarrista con il quale ho suonato un paio di volte qui in Italia, e Torino con Marco Milanesio e Gigi dei Perturbazione alla supervisione artistica. Non so ancora chi pubblicherà il disco, io spero che esca ancora per la Beware! a patto che abbia una distribuzione più decente, visto che il mio primo album ha ricevuto recensioni molto buone ma ha venduto poco o niente per difficoltà di diffusione.

L'altro album è invece nato quasi per scherzo con Mario nei miei giorni liberi quando sono qui a Torino, con l'obiettivo di reinterpretare una serie di canzoni di autori italiani, famosi e non, ed è poi diventato un progetto vero e proprio, con alcuni ospiti ma sostanzialmente con Mario che suona tutto.
Tra parentesi credo che Mario sia davvero in gamba sia come autore che come arrangiatore e strumentista, e Lalli è stata davvero fortunata a trovare due grandi teste musicali come lui e Pietro Salizzoni (chitarrista di Lalli, ndr), un'altro ottimo musicista con un gusto differente da quello di Congiu, meno rock e più acustico e jazz.

Il disco è abbastanza a buon punto, ha già un titolo, "Una canzone senza finale", tratto da una canzone dei Truzzi Broders che rifacciamo nel disco, e conterrà cover di, oltre ai già citati Truzzi e due reinterpretazioni di canzoni mie e di Mario, di Ivano Fossati, Fabrizio De Andrè, Luigi Tenco, Francesco Guccini, Lalli, Francesco De Gregori, Truzzi Broders, Perturbazione e Paolo Manera.
Dovremmo finire il lavoro prima che io rientri in Galles e poi cercheremo di trovare qualcuno disposto a pubblicarlo; ad ogni modo entrambi i dischi dovrebbero uscire entro la fine dell'anno, o almeno così spero.

Tra l'altro tra breve dovrebbe uscire un terzo mini cd mio per la Beware!, atteso insieme a quello dei Cods, altro gruppo imparentato in qualche modo con Torino.

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