| quando: 04/04/02
dove: zoobar (torino)
chi: elena diana e gigi giancursi
enzo: In alcune recensioni del
vostro ultimo album "In circolo" vi si accusa, tra virgolette,
di essere monotoni, ma a me sembra invece che nel disco si alternino
ritmi e temi molto diversi tra loro...
gigi: Nemmeno io sono d'accordo
con questa accusa. Abbiamo cercato di dare ad ogni pezzo delle caratteristiche
particolari e una propria fisionomia: ci sono pezzi con la tromba,
pezzi lenti e veloci, anche perchè a mio parere la canzone
è un pò come un libro, e deve lasciarti qualcosa ogni
volta che lo "apri".
elena: Secondo me sarebbe più
normale se ci accusassero del contrario, ovvero di aver fatto un
disco troppo eterogeneo che contiene pezzi troppo diversi tra loro
per stile e tematiche. Quindi probabilmente le recensioni di cui
parli sono state scritte da persone che non hanno nemmeno ascoltato
il disco...
g: Se vogliamo fare un pò
i polemici, oggi ho letto l'ennesima incensazione dell'ultimo disco
degli Afterhours, che hanno senza dubbio dei grandi meriti, ma la
mia impressione è che a seconda di dove sei collocato c'è
un'analisi del disco differente: molto più attenta e marcata
nel loro caso, e più superficiale nel nostro.
Secondo me questo disco meriterebbe più attenzione e noi
stiamo facendo di tutto per diffonderlo, suonando il più
possibile compatibilmente con i nostri impegni lavorativi. A me
dispiace questo atteggiamento dei recensori perchè le recensioni
fanno un pò da ponte tra la tua musica e i tuoi potenziali
ascoltatori.
en: Tra le canzoni dell'album che colpiscono
di più c'è senz'altro "Cuorum", una canzone
d'amore che finalmente tratta il tema con un pò d'originalità.
Com'è nata?
g: "Cuorum" nasce una
domenica pomeriggio di prove. Ad un certo punto dal violoncello
di Elena è uscito fuori questo tema che sembrava perfetto
per una tromba; in quei tempi, poi, il nostro batterista Rossano
stava per sposarsi, mentre io ed Elena, che ci siamo sposati a gennaio,
eravamo in una fase travagliata proprio perchè quando arrivi
a 30 anni pensare che stai per sposarti è una cosa abbastanza
dura.
Oltretutto eravamo in piena campagna elettorale e ci è sembrata
una buona idea creare un parallelo tra matrimonio e politica.
el: E' stato anche molto divertente
registrare quel pezzo, anche perchè per fare i coretti mi
hanno detto di ispirarmi ai film anni '70 tipo quelli della Fenech,
che io detesto!
g: Bè, in quel periodo io
stavo ascoltando a manetta Bacharach, e "Cuorum" è
forse l'unica canzone del disco per la quale ci siamo detti "ispiriamoci
direttamente a qualcuno". Questa canzone, in particolare, è
ispirata a "Raindrops keep falling on my head", era nostra
intenzione ricreare un'atmosfera simile, e quei coretti ci stavano.
en: Spesso gli artisti non amano essere paragonati
ad altri, per cui chiedo direttamente a voi: se doveste paragonarvi
a qualcuno che nomi direste?
g: In una intervista di qualche
tempo fa ho elencato tutti i gruppi ai quali siamo stati accostati
dall'inizio della nostra avventura ad adesso, e sono usciti nomi
incredibili, come Gino Paoli, XTC, addirittura Gianluca Grignani!
Sicuramente siamo molto legati ai REM, soprattutto per la loro
poliedricità che conservano pur avendo uno stile proprio
ben definito, rimanendo simili solo a sè stessi; in questo
senso ci piacerebbe essere paragonati a loro, ma non per il paragone
in sè, quanto per il fatto di non essere paragonabili. Tuttavia
non ci è mai passato per la testa di fare una canzone cercando
di imitare il loro stile.
Poi ci sono i gruppi che abbiamo amato e che sicuramente hanno
dato un loro contributo, come i Beatles, Nick Drake e i Led Zeppelin
degli inizi, oppure, in tempi più recenti, dEUS e Belle &
Sebastian.
el: Poi bisogna dire che a mio
parere tutta la musica che ti è piaciuta in qualche modo
ha un suo ruolo nel momento in cui scegli questo mezzo per esprimerti:
è difficile fare una nota diversa da quella di tutti gli
altri, ma si tratta di un fenomeno totalmente spontaneo, non c'è
mai l'intenzione di fare qualcosa come qualcun'altro.
en: Mi tracciate un percorso tra i vostri tre
album pubblicati sinora?
g: Siamo partiti con "Waiting
to happen", risultato di anni di concerti e di canzoni pronte
ma mai registrate su album, uscito a maggio '98, mentre a dicembre
dello stesso anno è uscito "36". Questo perchè
John Vignola della Beware! era particolarmente soddisfatto del primo
lavoro, e allora ci ha proposto, quasi per scherzo, di far uscire
un mini cd per Natale, occasione che non ci siamo certo lasciati
sfuggire! Poi, visto che in molti a quei tempi non apprezzavano
la scelta della lingua inglese per le nostre canzoni, abbiamo deciso
di scrivere un pò di canzoni in italiano, scelta che poi
ha convinto anche noi, tanto che abbiamo continuato a scrivere nella
nostra lingua anche dopo, arrivando a "In circolo", terminato
ad aprile 2001 ma uscito solo adesso perchè non trovavamo
un'etichetta disposta a produrcelo.
en: Ecco, questo sembra essere il punto dolente
della scena torinese: tanti gruppi, nessuna etichetta indipendente
di un certo peso...
g: Questo è vero, è
abbastanza difficile creare una etichetta. Succede molto spesso
che tra noi gruppi si prenda in considerazione l'idea di creare
un'etichetta in comune, ma poi alla fine non ne esce mai nulla.
Io mi sono sempre scontrato con questa idea, non perchè non
ci creda, ma perchè in realtà non bastano le parole.
Alla fine di ogni nostro concerto noi mettiamo su un banchetto dove
non ci sono solo i nostri dischi ma anche quegli degli altri, ma
è raro trovare una cosa del genere nei concerti di altri.
Non solo: cerchiamo molto di collaborare anche per quanto riguarda
i concerti, e in questo credo c'entri molto Giaccone, che è
una persona capace di coinvolgere e di mettere insieme realtà
anche molto diverse tra loro, come è successo questa sera,
ad esempio (vedi "Una canzone senza finale", n.d.r.).
Stefano potrebbe essere l'uomo giusto per la creazione di un'etichetta,
purtroppo, però, ora vive in Galles.
el: Forse a Torino siamo troppo
individualisti, ognuno pensa a suonare e ad autoprodursi ed è
difficile pensare di uscire dal proprio recinto per avventurarsi
in un progetto così impegnativo.
en: A dire il vero dall'esterno l'impressione
è che la scena torinese sia molto compatta: esistono almeno
due filoni di gruppi che collaborano molto tra di loro, e uno è
quello che coinvolge voi, Lalli, Gatto Ciliegia e altri...
g: Infatti credo l'individualismo
non sia così profondo. Per esempio con i Gatto Ciliegia ci
conosciamo da tempo, io e Max suonavamo insieme negli Esterno d'uovo,
poi io, Tommy e Max abbiamo fatto diversi concerti insieme, così
come io, Tommy e Luca. D'altra parte io sono convinto che non esista
una scena indipendente, se si escludono gruppi come gli A Short
Apnea di Fabio Magistrali che hanno fatto delle scelte e le applicano
rigidamente; negli altri casi siamo tutti indipendenti finchè
non troviamo l'approdo ad una major, anche perchè non c'è
niente di bello nel dover far convivere il tuo progetto musicale
con il lavoro vero, quello che ti permette di vivere.
el: Anche la distribuzione nel
circuito indie è un ostacolo non indifferente, se non altro
adesso è possibile ordinare un nostro disco se non lo trovi,
ma per anni abbiamo venduto soltanto attraverso il passaparola e
i dischi venduti ai concerti.
en: Ritornando alla scelta della lingua, come
mai avete inizialmente scelto l'inglese e com'è avvenuto
poi il passaggio all'italiano?
g: Quasi tutta la musica che avevamo
ascoltato nel passato era di derivazione anglosassone, anche se
abbiamo ascoltato molto i cantautori italiani. Il passaggio all'italiano
invece è spiegato benissimo da una massima di Tommaso, secondo
il quale è bellissimo vedere dei ventenni sul palco che cantano
in inglese divertendosi, ma la cosa diventa paradossale se sul palco
ci sono dei trentenni.
In principio l'inglese era una scelta spontanea, ora non sarebbe
più così, anche se testi in inglese ne scriviamo e
cantiamo ancora.
el: Il passaggio all'italiano ha
inoltre rappresentato una bella sfida per noi: non è facile
portare dei contenuti che in inglese escono spontanei in una lingua
inflazionata come l'italiano, dove ormai parole come cuore e amore
non si possono quasi più usare.
Ci siamo imposti di usare l'italiano in maniera semplice ma comunicativa,
senza comunque perdere quella qualità sonora che ci ha sempre
contraddistinti. In qualche modo credo che siamo riusciti nell'impresa,
aumentando il grado di comunicazione tra noi e quelli che ci ascoltano,
e questa è indubbiamente una bella soddisfazione.
g: Già, una delle cose che
mi piacerebbe fosse apprezzata del disco è la nostra continuità,
non mi sembra di vedere in giro gruppi che seguono un certo discorso,
almeno a livello di scena indipendente.
en: Nel vostro curriculum fanno spesso capolino
Lalli e Stefano Giaccone...
g: Li abbiamo conosciuti ai tempi
del primo singolo, prima ancora di "Waiting to happen",
scoprendoci affini su tutta una serie di cose, e probabilmente il
passaggio dall'inglese all'italiano è anche dovuto a loro,
per quello che hanno fatto e quello che stanno facendo ora, mettendo
da parte il loro passato.
Sono due persone assolutamente fuori dal comune e le collaborazioni
sono sempre nate con la massima spontaneità e continuano
tuttora: attualmente Tommaso sta registrando delle parti per dei
provini di Lalli, mentre io in questo momento sto facendo il produttore
artistico del nuovo album di Stefano, anche se fare il produttore
per lui significa fargli fare ciò che vuole!
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